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lunedì 9 marzo 2015

Concludiamo la nostra indagine con Emanuela Zuccalà: #8marzoxché?

Abbiamo chiesto ai nostri autori e a voci importanti del giornalismo e dell’attivismo sociale cosa ne pensano della Festa della Donna ponendo loro due domande. Ogni giorno pubblichiamo le loro risposte, in modo da arrivare all’8 marzo più consapevoli. L’hashtag di riferimento per questa iniziativa sarà #8marzoxché.

Dulcis in fundo, parliamo di #8marzoxché con Emanuela Zuccalà, autrice del reportage Donne che vorresti conoscere.


L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio? Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

Da giornalista, ho iniziato a scrivere di donne perché, nonostante detesti profondamente l’espressione “sesso debole”, globalmente corri­sponde ancora a verità. Nei Paesi del cosiddetto “primo mondo”, la de­bolezza femminile sta scritta, oltre che nei dati sulla violenza domestica, in un’anacronistica subalternità economica. In Europa le donne guada­gnano mediamente il 16,4 per cento in meno degli uomini; negli Stati Uniti il divario è del 13 per cento. L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige) di Vilnius, Lituania, ha elaborato un interessante al­goritmo, il Gender Equality Index, che nei ventotto Stati dell’Unione combina vari indicatori: la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, la differenza tra i loro stipendi medi e quelli maschili, il livello d’istruzione, la salute, la violenza subìta e infine il potere, valutato a seconda della presenza femminile in parlamenti, ministeri, associazioni di categoria, sindacati e board di grandi aziende. Se la parità assoluta equivale a cento e la totale disparità a zero, la media europea si ferma a un tiepido 54, che precipita a 38 nella sola area del potere, quella più interessante: un maggior potere alle donne equivarrebbe a più oppor­tunità e libertà di programmare politiche sociali ed economiche che tengano conto della conciliazione lavoro-famiglia, della prevenzione della violenza di genere e di tanti altri elementi utili alla vita quotidiana di ogni donna e, alla fine, al benessere e al progresso di ogni società.
L’Italia è indietro, e di molto: il nostro indice di parità è 40,9, che diventa un vergognoso 18,6 nella gestione dell’autorità economica e politica. In quest’area, peggio di noi in Europa fanno solo Cipro e Lussemburgo. La previsione dell’Eige è tuttavia ottimistica: tra cin­quant’anni l’Unione potrà vantare un Indice di uguaglianza di genere pari a 75, al quale già si avvicinano Svezia, Danimarca e Finlandia. Per approdare a cento, si vedrà. Nei Paesi in via di sviluppo ci sono zone in cui la discriminazione delle donne assume abnormi connotati di oppressione socialmente tol­lerata, fino a crimini conclamati. Negli anni Novanta, il premio Nobel indiano Amartya Sen scriveva che nel mondo mancavano all’appello cento milioni di donne: uccise da piccole perché indesiderate a causa del sesso, abortite alla prima ecografia oppure lasciate senza cure du­rante una malattia. Fenomeni noti in India e in Cina, soprattutto. In Africa, in ventotto Paesi su cinquantaquattro ancora si crede che la mutilazione genitale femminile sia un necessario rito di passaggio all’e­tà adulta, poiché privando le donne del piacere sessuale si producono mogli fedeli e ubbidienti. E ancora: l’agenzia dell’Onu su droga e cri­mine (Unodc) stima che, dei 2,4 milioni di esseri umani trafficati come merci da 127 Paesi del mondo, il 75 per cento siano donne e ragazze.
Le donne sono marginalizzate anche nell’accesso all’istruzione di base: a trentacinque milioni di ragazze in età scolare è precluso questo diritto, e non solo perché alcune di loro vivono in scenari di conflitto dove la quotidianità è per tutti stravolta. Nella maggior parte dei casi, restano a casa per volere della famiglia che preferisce mandarle a la­vorare e privilegiare l’istruzione dei figli maschi, oppure le fa sposare il prima possibile. Secondo l’Unicef, nei Paesi in via di sviluppo circa settanta milioni di giovani donne sono diventate mogli da minoren­ni, e ogni anno le gravidanze precoci uccidono settantamila adole­scenti il cui corpo è troppo acerbo per generare nuove vite.
Gli argomenti per appassionarsi alla condizione femminile nel mondo, dunque, non mancano, e parlare di diritti delle donne a cer­te latitudini equivale semplicemente a promuovere i diritti umani. Come scrivono i premi Pulitzer Nicholas Kristof e Sheryl WuDunn nel loro libro Half the Sky, «nell’Ottocento la sfida morale cruciale fu lo schiavismo; nel Novecento la battaglia contro il totalitarismo. Noi crediamo che nel nuovo secolo la sfida morale fondamentale sarà la lotta per l’uguaglianza fra i sessi in tutto il mondo».
(Emanuela Zuccalà, autrice di Donne che vorresti conoscere).

Alberto Bertoli, un cantautore rock per #8marzoxché

Abbiamo chiesto ai nostri autori e a voci importanti del giornalismo e dell’attivismo sociale cosa ne pensano della Festa della Donna ponendo loro due domande. Ogni giorno pubblichiamo le loro risposte, in modo da arrivare all’8 marzo più consapevoli. L’hashtag di riferimento per questa iniziativa sarà #8marzoxché.

Oggi abbiamo l'onore di leggere le risposte di Alberto Bertoli, noto cantautore emiliano, a breve in libreria con un super libro sulle emozioni, il talento, e la sua musica vera e densa di impegno sociale, degna della grande "bottega Bertoli".
Buona lettura. Non fermiamoci a una giornata. #8marzosempre.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

Ha sicuramente molto senso in una società ipocrita che decreta uguali diritti per diversi generi e diverse appartenenze di tipo e poi risolve in squallidi politici che infangano le persone diverse etichettandole come feccia della società. Ha senso in una società dove ogni anno vengono uccise più di 180 donne che rappresentano il 70% degli omicidi. Ha senso in una società dove le donne hanno di fatto diritto di voto dal 1946, ma dove i posti di potere importanti sono tutti occupati da uomini. Ha senso in una società dove le donne non hanno lo stesso stipendio degli uomini a pari incarico. Ha senso in una società che si decreta libera e invece è schiava ancora di retaggi culturali dell’inizio del 900. L’emancipazione delle donne è una cosa legalmente effettiva ma praticamente ancora molto lontana.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

Dobbiamo sempre fare i conti con una società che progredisce e va avanti e i modelli cambiano. Forse quello che intendevi è come si possa evitare che Festa della donna sia solamente partecipare a party assurdi dove sia gli uomini che le donne dimenticano la loro dignità e si ubriachino di un mondo alterato poco aderente alla realtà. Quello che so di certo è che per rendere consapevole una minoranza (in questo caso si parla di minoranza di potere non di numero), bisogna prima istruirla cioè nutrirla di contenuti, saranno poi loro a decidere cosa è meglio ma in maniera consapevole. Chiariamoci non sono contrario alle feste da fuori di testa. Credo che ci vogliano anche quelle, ma sono solo triste nel pensare che in questi casi rimangano legate a un tema importante come i diritti civili e sociali della Donna a cui però non si presta attenzione. Questa cosa è anche colpa nostra e di chi ci ha preceduto che ha solo speculato su questo giorno dimenticandosi del resto. Dovremmo insegnare nelle scuole il significato del giorno e festeggiare come uno meglio crede in altre sedi. Se le persone non sanno perché si festeggia la colpa non è solo loro, così come se le persone non vanno più a votare. Il problema non è politico ma è Sociale e civico. (Alberto Bertoli, autore con Gabriele Maestri di Come un uomo, in uscita a maggio 2015)

#8marzoxché arriva su Vanity Fair!

Per chi se lo fosse perso, ecco l'articolo di Matteo Gamba sul blog Diario di Adamo di Vanity Fair.

Basta cliccare sull'immagine per leggere le riflessioni del vicecaporedattore della rivista su #8marzoxché e le festa della donna, con alcuni importanti suggerimenti di lettura.

#8marzosempre #ugualidiritti #NonMimoseMaLibri

domenica 8 marzo 2015

#8marzoxché: ne parliamo con Matteo Gamba di Vanity Fair

Oggi, nel giorno della Festa della Donna, riflettiamo su #8marzoxché insieme a Matteo Gamba, giornalista, vicecaporedattore di Vanity Fair e creatore del blog dal titolo Diario di Adamo, uno spazio dedicato a tematiche importanti come stalking e violenza. Per Infinito edizioni ha firmato l’introduzione del nuovo libro di Rossella Diaz Non succederà mai più. Donne e uomini nel tunnel della violenza, a breve in tutte le librerie. Il testo è un’inchiesta sul campo che non solo dà la parola alle donne abusate e alle loro strazianti storie di vita, ma anche agli uomini violenti, per capire quale molla scatta nella mente di chi compie un simile atto. Magari promettendo a se stessi che “non succederà mai più”. Appunto.
Di seguito le domande per #8marzoxché con le risposte di Matteo Gamba. Buona lettura e buona riflessione a tutti, donne e uomini, “Eve e Adami”.
L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

Eccome, se ha senso. Per i milioni di donne picchiate e violentate: mica per forza da estranei, la gran parte delle volte il boia è l’uomo che hanno sposato e amato; mica per forza in mondi lontani, basta voler ascoltare, a volte, cosa accade dietro la porta accanto in un condominio. Per quelle che in posti vicini e lontani non hanno i diritti più elementari, dal voto all’istruzione, dal guidare una macchina al farsi curare. Non parliamo poi di voler scegliere chi amare o vivere libere la propria sessualità (senza mutilazioni, magari). Perché anche dove una simil-parità sembra raggiunta, comunque vada, nei posti chiave di donne se ne vedono poche (e, quando ci sono, le raccontiamo pure come un caso eccezionale di emancipazione…). Soldi? Le donne guadagnano sempre meno degli uomini, in media, perché donne. Sono solo esempi sparsi, come in un flusso di coscienza. Credo siano già abbastanza, per ricordarci che molto, moltissimo c’è ancora da fare per sperare di avvicinarci a una parità di diritti. Nessuno tocchi la Festa della Donna, allora. E basta pure prendere in giro le tavolate di donne a cena per l’8 marzo. Sono belle, festose e caciarone, esattamente come devono essere. O i diritti si difendono solo con lacrime e teorie e non nei fatti, anche con allegria?

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa? 

Premessa: sono un femminista-allergico (al polline) e non un misogino. Però è vero che la Festa della donna la passo quasi sempre a starnutire. Sarà per questo che lancio un appello a noi uomini che facciamo i regali: meno mimose, più libri. Tema obbligatorio: i diritti delle donne. Vale tutto, senza steccati: da Volevo i pantaloni a Madame Bovary, dai Monologhi della vagina a Thelma e Louise. Che, magari, pure noi uomini, giovani e non, sgraffignando quei libri, impariamo o ripassiamo qualcosa. Magari, proprio la sera dell’8 marzo. Da soli o dopo aver nutrito, cullato e addormentato i bambini, mentre le nostre donne sono fuori a festeggiarsi tra loro, una volta tanto. (Matteo Gamba, vicecaporedattore Vanity Fair, autore del celebre blog Diario di Adamo).

sabato 7 marzo 2015

Parliamo di #8marzoxché con Ilenia Carrone, autrice di Le donne della Resistenza

Ancora un contributo dai nostri autori per #8marzoxché, che ha l'obiettivo di aprire gli occhi su una festa, o meglio su una giornata, che profuma tanto di mimosa ma che ha un grande e profondo significato da oltre un secolo.
Ecco le risposte di Ilenia Carrone, sociologa e scrittrice di Donne della Resistenza. Chi meglio di lei può parlarci di donne e storia di genere?

L’8 marzo è la Giornata internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici delle donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

Il “movimento delle donne” ha attraversato tutto il Novecento; decennio dopo decennio ha ribadito e attualizzato le proprie istanze. Tante conquiste importanti hanno cambiato la prospettiva del vivere di molte di loro, soprattutto dopo il termine della guerra nel ’45. Donne, madri, figlie, nonne, ma anche da quel momento cittadine. Fino alle più recenti conquiste degli anni Settanta, quelle che hanno dato spessore alla sfera civile della vita delle donne. Tuttora sembra che ancora ci sia molto da fare e dunque penso di sì, penso che nel 2015 sia ancora giusto mantenere ferma la data dell’otto marzo come Giornata Internazionale della Donna e sfruttare l’occasione, quantomeno, per riflettere su quello che resta da fare. Certo, non è sufficiente avere una ricorrenza, serve innanzitutto una presa di coscienza rispetto alla propria specificità di donne, cosa che non può che essere facilitata da un percorso di crescita e da una educazione aperti e sensibili alle tematiche di genere. Restano ancora molti nodi che sono da sciogliere, che sono nodi arcaici e ben sedimentati (ahinoi). Penso, in primo luogo, alla necessità di sconfiggere un pregiudizio maschile che, nonostante il passare delle epoche, continuo a sentire ben ancorato alla nostra società: il pregiudizio di una presunta inferiorità delle donne rispetto ai temi importanti della politica e dell’economia, rispetto agli assunti importanti dell’organizzazione di uno Stato (elemento questo che si riverbera a tutti i livelli della società). Occorre, a mio avviso, sconfiggere anche il pregiudizio maschile che da sempre e ancora oggi marginalizza le donne nell’ambiente domestico, nella cura della casa e nella cura dei figli. Il dato allarmante della violenza sulle donne, dentro e fuori dall’ambiente domestico, è purtroppo figlio del perdurare di questi pregiudizi, anche nelle giovani generazioni, quelle che dovrebbero lasciarsi alle spalle, a maggior ragione e una volta per tutte, un certo tipo di cultura passata. 

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

Purtroppo la commercializzazione della mimosa è connaturata al tipo di società in cui viviamo, una società orientata al consumo e spesso allo spreco. Ricordiamoci però che nelle prime manifestazioni dell’otto marzo, la mimosa era un simbolo che distingueva le donne che avevano raggiunto un certo tipo di consapevolezza rispetto alla propria specificità di donne. Era un segno di distinzione che veniva attaccato alla giacca e mostrato con orgoglio. Occorre tornare a quella consapevolezza e a portare e regalare la mimosa con quello stesso spirito. (Ilenia Carrone, autrice di Le donne della Resistenza)

Gabriele Maestri, giornalista e scrittore, per #8marzoxché

Domani partiranno i festeggiamenti per la Festa della Donna. Chi andrà a cena fuori con le amiche, chi riceverà una mimosa, chi non farà nulla per protesta. Sentiamo l'opinione di un giornalista, Gabriele Maestri, Caporedattore di Termometro Politico e autore con Alberto Bertoli di Come un uomo, a maggio in tutte le librerie.
Gli abbiamo chiesto #8marzoxhé.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

Inutile negarlo: da un po' di tempo a questa parte, una giornata non si nega a nessuno. La nostra agenda è piena di una miriade di ricordi buoni e giusti, delle vittime della Shoah e delle foibe, dei nonni e dei dializzati... e via elencando. L'unico senso di queste giornate, allora, è farle diventare ordinarie, nel nostro piccolo. Ricordarci l’8 marzo delle donne che hanno impegnato la loro vita (magari sacrificandola) per i diritti di chi condivide il loro genere va bene, ma serve solo se gli altri giorni dell'anno ci si impegna a continuare l'ottima battaglia della tutela e della promozione dei diritti, a fianco di chi continua a farlo in giro per il mondo. Ci sta bene che "Giornata" sia un sostantivo femminile: spetta a noi non accontentarci del singolare, per renderlo il più plurale possibile.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

Occorre più attenzione da parte di tutti, anche se richiede che si investano tempo ed energie. La responsabilità maggiore però credo sia degli uomini: spetta a loro (anche se fanno i fiorai) non pensare che il patrimonio di una giornata si possa compendiare nella mimosa. Regalatelo pure il rametto, se piace a voi e a loro, ma se lo legate a un libro di testimonianze di lotta, di poesie, di vite di valore è meglio. E, comunque, risparmiatevi la mimosa, se dopo tocca ancora a lei lavare i piatti o i panni, o lo fate solo quella sera, rifilandole il lavoro sporco gli altri 364 giorni. Non dite ‘meglio che niente’: questo è peggio di niente. (Gabriele Maestri, giornalista, caporedattore di Termometro Politico, autore con Alberto Bertoli di Come un uomo, in uscita a maggio 2015)

venerdì 6 marzo 2015

John Doe: la Festa della Donna e #8marzoxché

Continua la nostra indagine su #8marzoxché. Domenica sarà la Festa della Donna, e oggi vogliamo riflettere con John Doe, autore del libro Solo come in area di rigore.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

L’8 marzo Keplero scopre la terza legge del moto dei pianeti: era il 1618. Nel 1890 Buffalo Bill perde una sfida con i Butteri a Roma e sì, c’è anche la Giornata internazionale della donna dal 1917 ma che sia, ad oggi, un’operazione di marketing è palese, chi siano state Clara Zetkin e Alessandra Kollontaj non credo che interessi a molti e cosa significava nascere donna prima di queste due donne eccezionali è una cosa che non fa onore all’umanità in generale.
Ha senso eccome festeggiare quell’8 marzo 1917 ha senso ribadire la propria identità sociale in un mondo che ha memoria corta.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

Le nuove leve hanno più fonti di informazione e molta più consapevolezza e sfrontatezza. Figlie sì del consumismo ma anche curiose di sapere i perché e questo è un bene perché la curiosità stimola la fantasia. (John Doe, autore di Solo come in area di rigore).

#8marzoxché, ne parliamo con Sabrina Servucci, autrice di Punto di ConTatto, a breve in libreria

Abbiamo chiesto ai nostri autori e a voci importanti del giornalismo e dell’attivismo sociale cosa ne pensano della Festa della Donna ponendo loro due domande. Ogni giorno pubblichiamo le loro risposte, in modo da arrivare all’8 marzo più consapevoli. L’hashtag di riferimento per questa iniziativa sarà #8marzoxché.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della Donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

Le occasioni per strumentalizzare importanti ricorrenze sono abbondanti, come abbondante è il consumismo dei nostri giorni. Bisognerebbe ricordare già nelle scuole il significato dell’8 marzo: insegnare che c’è il futuro e c’è il passato, e qual è la storia.
Nell’inverno del 1908, a New York, le operaie di un’industria tessile scioperarono alcuni giorni chiedendo migliori condizioni di lavoro. L’8 marzo il proprietario imprigionò le scioperanti e alla fabbrica venne appiccato il fuoco, così le 129 operaie morirono. Si dice che accanto alla fabbrica bruciata nacque una pianta di mimosa. Fu Rosa Luxemburg a proporre la data dell’8 marzo come giornata di lotta internazionale. La mimosa fu presa come fiore simbolo del coraggio delle donne.

Oggi molte donne non conoscono questa storia, né il significato di questo simbolo. Cosa ne è restato?
Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

Un mazzolino di mimose in questi giorni costa un occhio della testa; dopo qualche giorno inizia a puzzare e a perdere polline che macchia il pavimento, e alle donne tocca pure pulire. È bene onorare il passato per non dimenticare, ma soprattutto resistere ai cliché ed essere soltanto quello che siamo.
A mio parere bisogna cercare la lucidità perché la cosa più difficile, che ci rende più autentiche, è vedere le cose come sono. Né più belle, né più brutte. Semplicemente come sono. Vedere le cose come sono ed amare noi stesse e la nostra condizione. "Avere presente". Aver presente che ogni esperienza compiuta ci ha portato proprio qui, a quello che siamo ora, e che ogni giorno è buono per crescere ancora. (Sabrina Servucci, autrice del Punto di ConTatto, a breve in libreria)

giovedì 5 marzo 2015

La nostra autrice Rossella Diaz risponde a #8marzoxché

Abbiamo chiesto ai nostri autori e a voci importanti del giornalismo e dell’attivismo sociale cosa ne pensano della Festa della Donna ponendo loro due domande. Ogni giorno pubblichiamo le loro risposte, in modo da arrivare all’8 marzo più consapevoli. L’hashtag di riferimento per questa iniziativa sarà #8marzoxché.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della Donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

“Ho sempre ritenuto corretto pensare che l’8 marzo fosse la ‘Giornata Internazionale della Donna’ e non la ‘festa della donna’, poiché non c’è nulla da festeggiare… anzi, c’è ancora tanto da conquistare… soprattutto per avere le stesse opportunità degli uomini, senza rinunciare o insabbiare per questo, le nostre peculiarità femminili. Quello che le nostre madri e le nostre nonne hanno ottenuto in passato in merito alle conquiste dei diritti è abbastanza, ma non è tutto. Inoltre è triste rilevare come la nostra generazione stia di fatto perdendo terreno sul tema dei diritti, sempre più sbiadito appare il primo articolo della Costituzione: ‘L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro’. Lo si nota quando in un colloquio di lavoro, la prima domanda che ci viene rivolta è: ‘Ha dei figli, intende averne a breve?’ Personalmente ritengo il metodo delle quote rosa (che ‘impone dall’alto’ la partecipazione delle donne) una realtà positiva se considerata in fase transitoria,  auspicando per il futuro una società sempre meno miope e patriarcale e che la preparazione femminile possa trovare luoghi e spazi per esprimersi senza ‘vie preferenziali’ imposte. È ovvio che per ottenere una reale parità fra i sessi debba avvenire una trasformazione cultu­rale profonda. È allarmante constatare che il 70% dei femminicidi  e violenze di genere avvenga per opera di mariti, padri, ex fidanzati, compagni… persone che dovrebbero tutelare, amare, rispettare, e che invece con ferocia tolgono di mezzo chi, ai loro occhi, è diventato solo un ostacolo. Abbiamo bisogno di rinnovare i linguaggi, affettivi e viscerali. Il rispetto della vita umana deve essere rimarcato a gran voce e in modo sempre più esplicito, da chi ci governa e dalla società civile. Mi auguro che le istituzioni possano tutelarci e appoggiarci nel percorso di conquista dei diritti, contrastando e rinnegando con fermezza le discriminazioni di genere di cui tutte noi siamo ancora testimoni, e con cui dobbiamo fare i conti…anche nel 2015”.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

“L'8 marzo, da sempre, è stata una giornata di lotta. Nel 1908 a New York, il proprietario dell’industria tessile Cotton, Mr. Johnson, decise di appiccare il fuoco al suo stabilimento, poiché le operaie stavano scioperando per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Purtroppo 129 donne morirono, soffocate dal fumo e arse dalle fiamme. La ‘Giornata Internazionale della Donna’ venne in seguito istituita durante la Conferenza dei movimenti femminili, su proposta di Rose Luxemburg, socialista tedesca sostenitrice dei diritti delle donne. L’idea di associare la mimosa a questa giornata, è di Teresa Mattei  e Rita Montagnana, due importanti e storiche attiviste dell’Udi. Un fiore fragile all’apparenza, ma capace di attecchire anche in aridi terreni. Come la caparbietà femminile. Fortunatamente negli anni passati (e anche oggi, in misura minore) non sono mancati eventi a sostegno di questa giornata a cominciare dalle associazioni femministe che, con dedizione, hanno cercato (e tutt’oggi cercano), di riportare l’attenzione sul reale valore dell’8 marzo. Attualmente però, non possiamo negare che la ‘festa della donna’ sia attesa principalmente dai commercianti, che vedono incrementare in questa giornata il loro volume di affari ed è innegabile che sia andato perduto il vero significato della ricorrenza, in cui frotte di donne si radunano tra loro per ‘festeggiare’ non si sa nemmeno cosa. Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa? Non c’è una risposta oggettiva a tale questione, è inevitabile che la società stia attraversando un momento di particolare crisi di valori. Forse sarebbe importante che le stesse donne che animano i locali l’8 marzo, tra un brindisi e l’altro, si chiedano se è proprio necessario ‘darsi alla pazza gioia’, per poi tornare a dimenticarsene per il resto del tempo. Non sarebbe meglio essere consapevoli ogni giorno, dell’importanza del ruolo femminile nella società, con la giusta sensibilità e coerenza? Cerchiamo di esserne coscienti. #8marzoxché”. (Rossella Diaz, autrice di Non succederà mai più e I labirinti del malecon Luciano Garofano)

martedì 3 marzo 2015

Riccardo Noury di Amnesty International risponde a #8marzoxché

Chi meglio di Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, può risponderci riguardo il senso della Giornata Internazionale della Donna. Infatti, nonostante si pensi solamente ad andare dal fiorista a comprare la mimosa, qui si sta parlando di diritti umani. Anche a Riccardo abbiamo fatto le due domande di rito su #8marzoxché, ecco le sue risposte.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

“Per le organizzazioni che si battono per promuovere e tutelare i diritti delle donne, resta una giornata importante. Una giornata, non una festa dato che da festeggiare c'è sempre assai poco. È l'occasione per ricordare all’umanità che milioni e milioni di donne nel mondo non sono al riparo dalla violenza e non sono libere di prendere decisioni fondamentali sulla salute, sul corpo, sulla sessualità e sulla vita riproduttiva. Decisioni che appartengono a loro e solo a loro”.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

“Anche una mimosa può costituire un oggetto di consapevolezza. Sta all'informazione, alla scuola e anche alle organizzazioni per i diritti umani favorire quella consapevolezza e spingerle all'azione” (Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, autore con Luca Leone di Srebrenica, la giustizia negata, in libreria da aprile 2015)

Dario Ricci e il suo #8marzoxché

Eccoci al nostro appuntamento giornaliero con #8marzoxché. Questa volta lo abbiamo chiesto a Dario Ricci, giornalista Radio24-IlSole24Ore e autore con Daniele Nardi, di In vetta al mondo e La migliore gioventù.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

“Credo che la celebrazione sia ancora sensata, perché pur nelle sue contraddizioni impone una giornata di approfondimento e riflessione sulle tante realtà, nel mondo, in cui i diritti di genere vengono sistematicamente negati”.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

“Penso che la consapevolezza del significato dell'8 marzo sia sempre più diffusa; dietro e dentro quella mimosa ci sono sofferenze, diritti, battaglie civili, e mi sembra che proprio le adolescenti ne siano tra le più consapevoli” (Dario Ricci, giornalista per Radio24-IlSole24Ore, autore con Daniele Nardi di In vetta al mondo e La migliore gioventù).

lunedì 2 marzo 2015

#8marzoxché: lo chiediamo a Daniele Scaglione, scrittore, esperto di Rwanda

Daniele Scaglione, nostro scrittore esperto di Rwanda, ha risposto alla nostra domanda #8marzoxché. Se ve lo foste perso ieri, ecco a voi le sue risposte e le sue riflessioni.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

“La domanda contiene la risposta. Le donne, ancora oggi, lottano per colmare una differenza di opportunità e libertà, rispetto agli uomini. Una differenza che è spesso enorme. Se nell'8 marzo si parla di questo – e se ne parlano le istituzioni, poi la scuola, poi gli organi d'informazione – ha senso eccome. Però non parlerei di festeggiare, preferirei una parola scelta tra riflettere, conoscere, divulgare, approfondire. Per poi potersi impegnare, tutti, donne e uomini contro questa grande discriminazione planetaria”.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?
“La mimosa è un fiore molto piacevole, lasciamo pure che le ragazze l'associno alla data dell'8 marzo. Purché sappiano da dove arriva questa mimosa. Fu Teresa Mattei ad avere l'idea di distribuire questo fiore in quella giornata. Era una coraggiosa partigiana, il cui fratello morì nelle mani dei nazisti, nella prigione romana di via Tasso e, dopo la guerra, come politica, contribuì a far rinascere il nostro paese. Se la mimosa aiuta a ricordare la partigiana Mattei, ben venga” (Daniele Scaglione, autore di La bicicletta che salverà il mondoRwanda. Istruzioni per un genocidio e Rwanda, la cattiva memoria, con Francoise Kankindi).


Plama Lavecchia e #8marzoxché


Continua la nostra riflessione su #8marzoxché. Per chi se le fosse perse nel weekend, ecco le risposte di Palma Lavecchia, autrice di uno splendido romanzo contro la violenza sulle donne, Mi chiamo Beba.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

“Personalmente, non l’ho mai festeggiata. Non perché non creda che sia importante perseguire una parità di opportunità tra i sessi, ma perché dubito che gli obiettivi più concreti possano passare attraverso una celebrazione. Occorre un cambiamento culturale, che forse dovrebbe partire proprio dalle donne e da come loro stesse si vedono, dall’idea che hanno di sé. Se un giorno avremo raggiunto questo obiettivo, e lo avremo raggiunto in ogni angolo del Pianeta, allora sì che avrà senso una festa e sarà bello festeggiare”.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

“Non so se mi preoccupa più che le ragazze giovani identifichino la festa della donna nella mimosa, o che identifichino come un successo la possibilità di occupare un posto da ‘quota rosa’. Ecco, questa, a mio modesto parere, è una delle più grandi aberrazioni del perseguimento della parità di opportunità perché sono la più bieca conferma dell’esistenza di un maschilismo ancora troppo imperante. Le donne vere, quelle di cui contava la testa e il carisma, non hanno avuto necessità di una poltrona garantita, perché hanno saputo come farsi valere e lasciare traccia nei libri di storia. È in questa consapevolezza che auspico un cambiamento culturale profondo” (Palma Lavecchia, Capitano dei Carabinieri, autrice di Mi chiamo Beba).