5
luglio –
I ministri degli Esteri dei dodici Paesi della Comunità europea si riuniscono a
L’Aja, dove emergono le prime divergenze. Germania, Belgio e Danimarca
propongono il riconoscimento di Croazia e Slovenia; gli altri, in particolare
la Francia, sono contrari. La decisione comune prevede il congelamento del
sostanzioso aiuto finanziario che la Cee aveva promesso alla Jugoslavia e l’imposizione
di un embargo sull’importazione di armi, letto da più parti come un tentativo
di favorire l’Armata federale. Alla tv di Belgrado appare un delirante Šešelj: “Sgozzare
i croati non con il coltello, ma col cucchiaio arrugginito…”. Reazioni
sdegnate degli intellettuali serbi riuniti nel Circolo di Belgrado. Gli sloveni
consegnano alla Croce rossa 2.400 prigionieri, ma montano “cavalli di frisia”
anticarro lungo le vie di accesso alle caserme della Jna.
Translate
lunedì 4 luglio 2016
Guerra in Slovenia, i fatti del 4 luglio
4 luglio – Con il cessate-il-fuoco in atto, i due fronti si disimpegnano.
Le forze slovene prendono il controllo di tutti i posti di dogana ed è permesso
alle unità della Jna di ritirarsi nelle proprie caserme o ripassare il confine
con la Croazia. La presidenza federale ordina il ritorno alla normalità con la
liberazione dei prigionieri, la smobilitazione delle milizie armate, la normalizzazione
delle comunicazioni, secondo la mediazione della troika della Cee.
Disposizioni difficilmente applicabili in tempi brevi.
Missione delle “madri coraggio” da Belgrado a Lubiana per
soccorrere le reclute assediate nelle caserme in territorio sloveno. In realtà
si tratta di una manovra diversiva della Jna per uscire dall’isolamento, per mascherare
le umiliazioni, ma giova anche alla Slovenia per raffreddare la situazione. Il
vice-presidente del parlamento serbo Obrodović, che accompagna i genitori,
davanti al divieto imposto dagli ufficiali all’incontro con le reclute,
afferma: “Le madri non sono qui per fare politica, ma per vedere i figli”,
sbloccando la situazione.
Un giornalista francese parla dell’esistenza di un “piano Bedem
‘91” strettamente confidenziale mirato contro i “nemici interni” delle
repubbliche secessioniste, ma anche contro un eventuale intervento Nato a
sostegno di Slovenia e Croazia, legato a vecchi piani segreti dell’epoca di
Tito.
domenica 3 luglio 2016
3 luglio 1991, la guerra in Slovenia
3 luglio – Un grosso convoglio della Jna si mette in marcia da Belgrado,
apparentemente verso la Slovenia. Non vi arrivò mai, secondo fonti ufficiali a
causa di problemi meccanici. I combattimenti continuano in Slovenia, mentre una
forza di soccorso della Jna, diretta al punto di confine con l’Austria di
Gornja Radgona, è bloccata vicino a Radenci. In serata la Jna si accorda per
un vero cessate-il-fuoco e il ritiro verso le proprie caserme. Il generale
Adžić in un proclama televisivo tuona contro i nemici della Jugoslavia, contro
i traditori che sono nelle stesse “nostre fila”, contro chi “non
capisce che siamo in guerra con gente che odia la Jugoslavia, mentre noi la
amiamo” e ribadisce che intende dare un colpo decisivo alla Milizia
territoriale slovena.
Respinta dall’Armata federale la mediazione di Mesić, che è anche
capo delle forze armate. È in corso un vero e proprio braccio di ferro col
capo di Stato maggiore Adžić, che fa affluire verso la Slovenia nuove truppe e
altri tank: in tutto sono mobilitati 500 carri armati sui circa 2.000 in
possesso della Jna, ma la maggior parte rimane in Croazia e Bosnia. Una colonna
di carri, uscendo dalla caserma Tito di Zagabria, travolge manifestanti
croati, provocando alcuni morti. A Osijek, in Slavonia, i tank schiacciano
decine di auto nelle vie del centro, dimostrando una brutalità gratuita che
suscita forti proteste.
L’incertezza regna sovrana con notizie confuse e contraddittorie.
Il generale Adžić rincara le minacce, accusando gli sloveni di essere “ipocriti
e senza scrupoli” e di avvalersi della complicità dell’Austria per il
controllo delle frontiere, ma ormai è più patetico che minaccioso, tanto che
l’Armata federale in serata fa rientrare parte dei cingolati. La tregua regge a
partire dalle 21,00.
I rappresentanti vaticani presso la Csce dichiarano, a proposito
dell’unità della Jugoslavia, che tale unità dipende dall’adesione a valori
comuni, mentre va esclusa un’unità che non fosse altro che il risultato
dell’azione delle forze armate: “Non è possibile e non si devono pertanto
soffocare i diritti e le legittime aspirazioni dei popoli”.
sabato 2 luglio 2016
Slovenia, i fatti del 2 luglio 1991
2 luglio – Un giorno disastroso per la Jna. La colonna di carri armati,
inviata per liberare il reparto bloccato vicino a Krško, si ritrova sotto
attacco di unità slovene, che la costringono alla resa. La Teritorialna slovena
attacca con successo le varie dogane, facendo prigionieri un buon numero di
soldati federali. Duri combattimenti a Fernetti, il più importante valico tra
Italia e Slovenia: non ci sono vittime. Negli scontri tra To slovena e Jna sono
coinvolti camionisti stranieri di passaggio.
Un MiG supera il muro del suono sulla verticale di Lubiana,
la contraerea spara. In realtà non vi è nessun attacco, ma i giornali di tutto
il mondo titolano Allarme aereo a Lubiana: esempio di simulazione di
guerra a fini mediatici. Altri carri armati entrano in Slovenia, provenendo
dalla Croazia. Prove di forza dei carri federali all’uscita dalle caserme
croate.
Alle 21,00, il presidente sloveno annuncia un cessate-il-fuoco
unilaterale, respinto dal comando della Jna, che giura di “riprendere il
controllo” e di “abbattere la resistenza” slovena. La Jna non
accetta la sconfitta sul campo. Il generale Adžić, serbo, un “falco”, tenta un
colpo di coda e, scavalcando il Presidium, dichiara: “L’Armata federale si
ritiene in stato di guerra”, accusando di alto tradimento i dirigenti
sloveni, meritevoli di una punizione: “Staneremo dai loro nascondigli quelli
che spingono la Slovenia contro la Jugoslavia”. Lo sloveno Kolšek è
destituito per “incapacità”. I soldati federali in partenza per la
Slovenia sono salutati con giubilo dalla popolazione serba, le donne offrono
acqua, le ragazze mandano baci. Solo l’arrivo di osservatori internazionali
potrebbe garantire una tregua.
venerdì 1 luglio 2016
Guerra in Slovenia, il 1 luglio 1991
1°
luglio –
Un carico di munizioni della Jna a Črni Vrh–Montenero d’Idria è distrutto da
un’esplosione, danneggiando parte del paese. Una colonna della Jna si ritira
dalla posizione troppo esposta di Medvedjek e si dirige vicino al confine
croato. Incappa in un blocco vicino a Krško ed è circondata, ma rifiuta di
arrendersi, probabilmente sperando nell’aiuto di una colonna di soccorso.
Il ministro della Difesa Kadijević
informa il governo federale che il piano della Jna, un’operazione limitata a
controllare i punti di confine della Slovenia, è fallito. È il momento di
mettere in atto il “piano B”: un’invasione su ampia scala, la proclamazione
della legge marziale e l’arresto di tutti i dirigenti sloveni. Jović pone il
veto al “piano B”, affermando: “Mi è chiaro che la Slovenia se ne va ed è
inutile scatenare una guerra. Ci resta una sola cosa da fare, difendere i
territori abitati dai serbi di Croazia, che vogliono restare in Jugoslavia”.
Il capo di Stato maggiore della Jna,
generale Adžić, è furioso e dichiara: “Gli organi federali ci ostacolano di
continuo, richiedendo dei negoziati mentre gli sloveni ci stanno attaccando con
tutti i mezzi”. L’esercito registra defezioni a migliaia, ognuno rientra
nelle rispettive repubbliche, la Narodna armija sembra allo sbando,
sconfitta sul suo campo fondante: la multietnicità.
Grazie alla mediazione della trojka
Cee, il croato Mesić diventa presidente della Federazione jugoslava. La Jna
dovrebbe rientrare nelle caserme, i prigionieri rilasciati, le frontiere
riaperte, ma nessuno si fida dell’altro.
Appello del Gruppo di donne di Belgrado contro la guerra in
Slovenia: chiedono che l’esercito federale si ritiri immediatamente e i soldati
tornino a casa. Genitori, per la maggior parte madri, dei soldati di leva
dell’Armata federale invadono il parlamento a Belgrado per protesta contro la
mobilitazione dei figli, contro una guerra fratricida e per il ritorno dei
loro figli che prestano servizio in Slovenia.
Iscriviti a:
Post (Atom)