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martedì 2 agosto 2016

Bianca, una protagonista e vittima della strage di Bologna del 2 agosto 1980


Oggi cade l’anniversario della strage di Bologna, avvenuta nella sala d’attesa della stazione centrale bolognese alle 10,25, per l’esplosione di un ordigno a tempo. Vogliamo ricordare questo episodio gravissimo della nostra storia con le parole del nostro Angelo Lallo che ha ripercorso quelle ore nello splendido e intenso libro dal titolo Mala Dies. L'inferno degli ospedali psichiatrici giudiziari e delle istituzioni totali in Italia

“I giorni di Bianca passarono sempre uguali, tra giardino, qualche passeggiata, molte letture. Viveva come sospesa nell’aria, senza interessi, senza niente. Tutti le volevano bene, si mi­metizzava nell’ambiente, e il suo cruccio più grande era di non ave­re mai avuto una visita di qualche familiare. Aspettava con ansia che luglio passasse. I suoi genitori sarebbero arrivati all’inizio di agosto dalla Svizzera. La ragazza, sempre più nervosa, sapeva che ormai c’era davanti solo una settimana. Al telefono la mamma di Bianca le disse che sarebbero arrivati nella tarda mattinata del primo sabato d’agosto; purtroppo potevano stare solo un giorno, dovevano ripartire già nella giornata di domenica. Il 2 agosto 1980 faceva un caldo incredibile, non si respirava. Bianca aspettava trepidante, guardando la tv, come al solito senza audio. Ma non occorreva il sonoro per capire che qualcosa era successo. Una stazione devastata, immagini terribili. Bianca alzò il volume. Un’edizione speciale del telegiornale portò in tutte le case d’Italia la notizia che lo scoppio di una caldaia aveva distrutto la sala d’aspetto della stazione di Bologna. L’esplosione aveva investito un tre­no in sosta nel primo binario provocando una strage immane, con oltre ottantacinque morti e duecento feriti.

Bianca si sentì coinvolta e incominciò a tremare perché a quell’ora il treno dei suoi genitori era dato in arrivo alla stazione di Bologna direttamente dalla Svizzera. Il treno doveva star fermo quasi un’ora per la coincidenza, c’era tanto caldo, qualcuno poteva andare al buffet della stazione per acquistare una bottiglia d’acqua. Bianca telefonò subito ai suoi genitori in Svizzera, ma il telefono squillava a vuoto. Dieci, venti volte, niente. Di sicuro erano partiti. Bianca s’era incollata alla televi­sione, muta, senza respiro. Non le restava che aspettare il pomeriggio; per arrivare da Bologna occorrevano quattro ore: insomma alle sedici o alle diciassette avrebbe abbracciato i genitori.

Ma il campanello della comunità terapeutica non suonò né alle di­ciassette né mai. Dopo varie telefonate a vuoto, Bianca chiamò una fa­miglia italiana che abitava nello stesso condominio svizzero dei genito­ri. I vicini confermarono la partenza dei suoi perché s’erano incontrati qualche giorno prima in un supermarket e, chiacchierando, avevano saputo del viaggio in Italia.

Bianca non poteva più aspettare, l’ansia era ormai a livelli di guardia. Il dubbio che i genitori fossero sotto le macerie l’agitava enormemente. Era come assalita da una forza enorme, doveva fare qualcosa. Decise di partire per Bologna ed ecco che i soldi messi da parte e sempre ben na­scosti le sarebbero serviti per il viaggio. Aspettò l’alba, poi scappò dalla comunità terapeutica, senza dire niente a nessuno, per prendere il primo treno per Bologna e nella sua mente incominciò a balenare l’idea di non far più ritorno in quella struttura. Durante il viaggio, il suo sguardo era incollato al finestrino, non vedeva l’ora d’arrivare a Bologna, ma giunta in stazione Bianca realizzò subito che quella non era la Bologna del ‘77. La gioiosa città del Movimento non c’era più perché, ancora una volta, i fascisti avevano provocato una strage. In treno la gente aveva parlato solo di questo, nello scompartimento le persone erano dell’idea che solo una bomba avrebbe potuto procurare tutti quei danni. Nessuno credeva alla caldaia, era il solito infame depistaggio, spazzato via alla vista del cratere prodotto dalla bomba, un’enorme buca provocata da ventitré chili di tritolo, T4 e nitroglicerina. Depistaggi inutili, perché la bomba era di matrice fascista, senza ombra di dubbio. (…)

Bianca si diresse immediatamente nella camera mortuaria dell’ospe­dale Maggiore e incominciò la triste opera di riconoscimento dei corpi: una donna senza testa, uno senza gambe, i corpi sembravano manichini. (…) Fra quelle persone non risultavano i genitori di Bianca, ma il calvario non era finito perché c’erano da visitare ancora due ospedali. Il comune di Bologna aveva messo in piedi un’organizza­zione perfetta: oltre alle auto gratis, aveva consegnato a ogni familiare un voucher per vitto e alloggio per una notte. Opera meritoria, segno della civiltà di una splendida città.

Bianca visitò gli altri due ospedali e per sua fortuna non trovò niente. Era il momento di fermarsi un attimo, decise di mangiare qualcosa. Era stanca morta, avvilita; entrò in un bar, prese dei gettoni telefonici e meccanicamente fece il numero telefonico dei suoi genitori in Svizzera. Muto, ancora. Ma dopo otto, nove, dieci squilli, qualcuno rispose: era la mamma. Bianca ammutolì e poi con le parole rotte dal pianto riuscì a parlare con fatica: «Ciao mamma, sono Bianca».
«Cara Bianca, non siamo più partiti perché il papà è stato male».
«Non importa».
«Abbiamo saputo della strage alla stazione di Bologna. Quel treno poteva essere il nostro e poi sai che noi andiamo sempre nel bar della stazione per un caffè, prima di prendere la coincidenza. Quanti morti, quanta disperazione! Tuo papà ha pensato subito a te, ma non voleva­mo farti preoccupare…».

Bianca salutò la mamma in fretta, i gettoni erano finiti ma quelle poche parole erano servite a calmarla. Rinfrancata, mangiò un panino e poi, a piedi, s’incamminò verso la stazione in un caldo asfissiante. Durante il tragitto, si fermò per un attimo nei luoghi del ‘77. Non aveva più ricordi, tutto cancellato. Era svuotata, inquieta, triste perché era sola, ma Bologna, nonostante tutto, in quel momento appariva bel­la. Finalmente arrivò in stazione, c’era un caos indescrivibile, macerie dappertutto. Rimase affascinata da tante persone straordinarie, volti anonimi, resi irriconoscibili dal sudore e dalla polvere, che lavoravano in un caldo insopportabile per togliere le macerie, da ore senza sosta. Si fermò a guardare l’orologio della stazione, impressionata dalle lancette ferme sulle 10,25, l’ora della strage.

Per andare sui binari, la ragazza esibì al servizio d’ordine della stazio­ne il pass di cui erano stati dotati i parenti delle vittime e dei dispersi; era curiosa di vedere i danni provocati dalla bomba. C’era tanta gente con il volto rigato dal pianto, in silenzio. Una donna anziana, con un fazzoletto nero in testa e una foto in mano, stava in ginocchio davanti alle transenne, vicino al posto dove era morto suo figlio; il ragazzo era stato riconosciuto con certezza dalla carta d’identità. Di colpo, dalle transenne sbucarono degli uomini dall’andamento altezzoso che face­vano strada a un pezzo grosso, nascosto dietro occhiali scuri: qualcuno dei presenti asseriva d’aver riconosciuto un ministro. La donna in nero continuava a implorare con toni sommessi di poter accarezzare il corpo che era sotto a un telo bianco, senza vita, sulla banchina di una stazio­ne. «Ha bisogno di me. – diceva a un addetto – È sporco, devo lavarlo; forse ha freddo, voglio portarlo via, a casa, nella sua stanza. Un giorno, voglio tenerlo con me solo un giorno».

Nonostante il caos totale, non si sentiva volare una mosca. I pre­senti erano di fronte a una scena così struggente da non poter essere descritta con parole adeguate, senza cadere nella commozione e nella pietà. Eppure il ministro, senza fermarsi neanche per dare un segno di consolazione a una madre, con un gesto arrogante della mano intimò perentoriamente di scansare quella donna che intralciava il suo passag­gio. E uno della scorta, con modi altrettanto bruschi, nonostante le proteste di decine di persone, prese la signora per le braccia, da dietro, e la trascinò via appoggiandola al muro.

Bianca assistette alla scena ammutolita, però sentiva la rabbia salire, montare sempre di più. Il suo viso diventò prima rosso poi quasi viola dall’ira. Con tutta la forza verbale che possedeva, rivolse dure parole al corteo ministeriale: «Bastardi, come vi permettere di offendere una donna che in un attimo ha perso il senso della vita! Come vi permettete di oltraggiare una madre devastata dal dolore che chiede solo di toccare il suo ragazzo che è lì, senza vita, a pochi metri!».

Bianca tirò fuori la sua indignazione con coraggio, ma ebbe il torto di avvicinarsi pericolosamente al ministro, iniziando un rischioso scontro fisico e innescando una rissa clamorosa tra la scorta e molti cittadini, che avevano preso con decisione le difese della ragazza. Bianca, imme­diatamente arrestata e portata in caserma, fu accusata di vilipendio, oltraggio a corpo politico e resistenza a pubblico ufficiale. Reato asso­lutamente di scarso rilievo, che poteva essere punito con una semplice sanzione, ma qui si trattava di un diverbio violento tra un cittadino e un ministro. In questo caso poteva finire male, come aveva subito detto un avvocato presente alla scena.

Il processo a Bianca venne immediatamente messo a ruolo e in poco tempo si giunse a sentenza. Il giudice, dopo una perizia psichiatrica affrettata e assolutamente errata, decise di comminarle una sanzione durissima, giudicandola “incapace di intendere e volere, ma pericolosa socialmente” e disponendo il suo invio nell’inferno dell’ospedale psi­chiatrico giudiziario.

Ma come è possibile distruggere la vita di una persona per un episo­dio così banale? È possibile inviare in manicomio criminale una donna perfettamente sana di mente per un fatto così modesto? Date le cir­costanze altamente drammatiche, il diverbio tra Bianca e il politico non doveva neanche essere preso in considerazione. Questa volta la giustizia non fu tollerante con Bianca e la disposizione divenne imme­diatamente esecutiva.”

 

Il testo è liberamente disponibile citando la fonte ©Infinito edizioni – 2016 – www.infinitoedizioni.it

lunedì 18 luglio 2016

18 luglio, Mandela Day

L’assemblea delle Nazioni Unite ha stabilito che il 18 luglio di ogni anno venga celebrato il “Mandela Day” per ricordare il fondamentale contributo dato alla lotta antiapartheid e alla realizzazione degli ideali di libertà dal leader sudafricano, già premio Nobel per la pace nel 1993. Mandela è stato il primo Presidente nero del Sudafrica, ha guidato la lotta contro il regime segregazionista e gettato le fondamenta per un Sudafrica libero, democratico e multirazziale.
Ogni anno, in questa giornata, le Nazioni Unite invitano tutti a dedicare 67 minuti agli altri, ciò che fece Mandela per 67 anni della sua vita, a servizio dell’umanità.
Festeggiamo il “Mandela Day” con il libro SUDAFRICA IN BIANCO E NERO di Marco Buemi (prefazione di Nicola Zingaretti – introduzione di padre Giulio Albanese).

Lo sport ha da sempre scandito, come poche altre cose, gli eventi, le divisioni e le riconciliazioni della nostra storia. Non fa certo eccezione il Sudafrica, come ricorda Marco Buemi, dove la maglia verde degli Springboks, la naziona­le di rugby, era considerata uno dei più odiosi simboli del regime di divisione imposto dall’apartheid, almeno fino a quando Nelson Mandela non ha saputo farne uno stru­mento di unità nazionale.
A Robben Island, dove lo sport fu incluso tra le prime timide concessioni ai detenuti, la palla ovale venne imposta a rotazione settimanale col calcio.
Fu Mandela, padre del nuovo Sudafrica, con il suo solito coraggio e la sua lungi­miranza, a decidere che proprio il rugby poteva essere l’emblema della riconciliazione nazionale. Fu lui a volere che nel 1995 il Sudafrica ospitasse i mondiali di rugby, e fu sempre lui a vincere una delle più grandi sfide diplomatiche interne: fare in modo che quell’anno i neri tifassero per la prima volta per la squadra dei bianchi.
La fine dell’apartheid passa per le mani di “Mandiba” ma anche per le gambe di Chester Williams, il primo giocatore coloured a vestire – per ragioni molto più politiche che sportive – il verde dei bokke e che segnò le quattro mete alla Francia che portarono gli Springboks in finale contro la squadra più forte del mondo, la Nuova Zelanda. La fine dell’apartheid, per lo meno di quello sportivo, passa anche per il cuore di Francois Pineaar, il più che mai afrikaneer capitano della compagine sudafricana che, dopo aver conosciuto Mandela, trasmise ai suoi compagni di squadra la convinzione che si stesse giocando più di un mondiale.

Il giorno della finale, Mandela stupì tutti indossando la maglia che era stata il simbo­lo dell’apartheid col numero sei di Pineaar, in uno stadio dove il pubblico, per la quasi totalità bianco, gridava il nome di Mandela e intonava Shosholoza (inno morale dei minatori neri). Il Sudafrica libero e democratico vinse il mondiale facendo esplodere la gioia negli stadi e nelle township. Quando Mandela consegnò nelle mani di Pineaar la Webb Ellis Cup, entrambi indossavano la maglia verde degli Springboks con il numero sei.

giovedì 14 luglio 2016

14 luglio, un anno dell'accordo sul nucleare iraniano

“È passato un anno dallo storico accordo sul nucleare ma per l'Iran rimangono ancora aperte moltissime questioni, sia sul fronte interno sia per quanto riguarda le relazioni internazionali” - esordisce Antonello Sacchetti, il nostro autore esperto di Iran. “Se l'Iran Deal ha chiuso un contenzioso diplomatico che durava da oltre dieci anni, non possiamo ancora dire che Teheran sia davvero entrata a pieno titolo nella comunità internazionale. Così come rimane apertissimo il confronto interno tra conservatori e moderati. A un anno dalle elezioni presidenziali che decideranno se Rouhani avrà o meno un altro mandato, il Paese sta senza dubbio vivendo una trasformazione sociale interessante, in cui permangono problemi storici ma in cui si stanno facendo largo istanze, soggetti e comportamenti del tutto inediti. È senza dubbio un momento molto interessante".

Che cosa è stato l’Iran nel Novecento e come sia l’Iran oggi sono le domande a cui prova a rispondere Antonello Sacchetti nel libro, da pochissimo in libreria, dal titolo La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro.

martedì 12 luglio 2016

Il ricordo di #Srebrenica di Pierfrancesco Curzi

Concludiamo i nostri ricordi e pensieri su Srebrenica con Pierfrancesco Curzi, autore di In Bosnia. Viaggio sui resti della guerra, della pace e della vergogna


  Nell'abitato di Potočari, a due passi dalla fabbrica della morte e dalla spianata del pianto, in mezzo ad alcune case ridotte a ruderi, c'è un campo di calcetto. Spesso è occupato da bambini e ragazzini di varie età, impegnati a superarsi col pallone. Indossano maglie di squadre di calcio importanti, anche di italica origine. Di fronte, un piccolo negozio di alimentari e la fermata dell'autobus della linea che collega Srebrenica a Bratunac. La strada sale dolce verso la città termale, lascio l'auto a Potočari e, a piedi, raggiungo Srebrenica. Con calma, il tempo dalla mia parte. La pianura si fa campagna e di nuovo città, attraverso uno scenario noto. Reciproci saluti, l'offerta di un čaj o di un bicchiere d'acqua, l’ostacolo della lingua è solo parziale. L'ingresso a Srebrenica, il distributore sulla destra, quindi i primi palazzi, la stazione degli autobus, le baracche dei profughi ed ecco gli edifici restaurati di recente. Uno, di fianco alla sede del Comune, è diventato un hotel; quello di fronte fungeva da linea di mezzeria della strada, oggi ospita negozi, caffè e ristoranti. Salgo fino alla piazza principale, eccolo il caffè all'aperto, ricavato dentro un container, ricordo dei giorni dell'inferno. Sempre a piedi imbocco la stradina al suo fianco salendo ancora verso l'hotel Domavia, quanto meno i resti abbandonati dove vivono ancora dei poveri cristi. A monte, infine, dove la strada va a morire, la sede delle mitiche terme Guber. Nelle giornate di sole, è curioso farsi ombra grazie alla torre del minareto o al campanile della chiesa, un centinaio di metri l’una dall’altro. Simbologia stravolta di una convivenza perduta. Sta imbrunendo, decido di rientrare a Potočari. Appena fuori dal centro ecco la scuola con i campetti da basket, gli stessi dove, durante la guerra d’aggressione alla Bosnia e ai bosniaci, sono cadute le granate serbe, facendo strage di innocenti. Le nuove generazioni si divertono senza avere idea di cosa è accaduto lì vent'anni prima. È un piacere ascoltare le voci dei bambini al gioco, chiudere gli occhi e immaginarsi l’inferno di allora. Posso solo immaginare. E mentre, all'imbrunire, riprendo il cammino verso Potočari, stavolta in favorevole discesa, con fatica cerco di bloccare l'incedere di una lacrima. Sconfitta annunciata.

lunedì 11 luglio 2016

#leggereSrebrenica/4

Nel giorno dell’anniversario della caduta di Srebrenica le parole di Luca Leone, in Srebrenica. La giustizia negata, ci presentano i tre ricordi di Hatiđa Mehmedović
Hatiđa Mehmedović, una donna di cui ho raccontato in un intero capitolo del mio Srebrenica. I giorni della vergogna, uscito per il decennale del genocidio, e a cui hanno porta­to via tutto. Le sono rimaste tre cose che le ricordano d’essere stata sposata, d’aver avuto una famiglia, una vita normale. Un tempo.
La prima cosa: una vecchissima foto sgranata che ha ritrovato per caso da lontani parenti e di cui ha fatto rifare il negativo per poterla stampare in formato gigante. Perché gli sterminatori ultra­nazionalisti serbo-bosniaci e serbi di Srebrenica e i delatori che li hanno fiancheggiati sul posto hanno prestato molta attenzione a cancellare tutto ciò che potesse raccontare della secolare presenza musulmana bosniaca in città.
La seconda: l’abete piantato di fianco alla casa dal figlio maggiore, ammazzato dai criminali alle dipendenze di Mladić.

Infine, il nome tracciato con un legnetto dal figlio minore quand’e­ra bambino sul cemento del marciapiede intorno a casa, steso dal marito prima che la guerra scoppiasse. Ammazzati anche loro due, padre e figlio più piccolo. Di uno di loro tre sono stati ritrovati i resti. Degli altri ogni tanto esce fuori qualcosa dal terreno della Republika Srpska, trasformato in quella zona in un’immensa fossa comune, op­pure dai sacchi bianchi del centro commemorativo di Tuzla, il luogo in cui porterei in visita d’istruzione tutti i potenti della Terra e i loro leccapiedi di certa stampa e di certa impresa, lasciandoli qualche de­cina di minuti chiusi in un frigorifero di duecentocinquanta metri quadrati pieno di sacchi di esseri umani fatti a pezzi e riesumati da fosse comuni secondarie e terziarie.