Translate

domenica 10 luglio 2016

#leggereSrebrenica/3

Il ricordo di Srebrenica oggi è affidato a Marco Travaglini, autore di Bosnia, l’Europa di mezzo. Viaggio tra guerra e pace, tra Oriente e Occidente
Ogni volta che torno da Srebrenica e da Potočari, porto con me le immagini del filmato che documenta lo sporco “lavoro” degli “Scorpioni”, delle truppe paramilitari d’assalto, delle milizie del boia Mladić. Si filmarono da soli, in preda a un delirio di onnipotenza, per testimoniare le loro nefandezze. Si vedono mentre inseguono i fuggiaschi nei boschi, puntando le armi su una fila di bosniaci disperati. Sanno cosa fare: prendono un uomo alla volta, lo portano in mezzo alla boscaglia, gli sparano. S’intuisce la loro richiesta prima di ogni esecuzione: “Guarda per terra”. Poter non guardare in faccia la propria vittima, hanno spiegato gli psicologi, è ciò che serve anche al più duro dei criminali per resistere allo stress di un genocidio. È una richiesta allucinante, come dire “ora ti sparo. Abbassa gli occhi e muori. Muori, ma non guardarmi”.
Le immagini scorrono nella fabbrica di batterie fredda e silenziosa, incollando gli sguardi allo schermo. Un silenzio che si fa ancora più assordante, spezzato di tanto in tanto da qualche rumore metallico (basta appoggiarsi o inciampare in qualche struttura per provocarlo e amplificarlo nel vuoto di questi enormi scatoloni di ferro e cemento). L’atmosfera è sempre pesante e la tensione diventa palpabile, densa. Un grumo di emozioni s’accumula e fatica a sciogliesi in uno stress emotivo. Viene il magone e in fondo è un atto liberatorio, un modo per espellere il veleno inoculato negli animi da queste immagini che non sono tratte da un film ma dalla testimonianza, diretta e cruda, di una realtà violenta e arrogante. Sembra di udire la voce profonda e un po’ rauca di Giovanni Lindo Ferretti. Ne immagino la faccia scavata, senza età mentre canta Memorie di una testa tagliata. Parole che fanno riflettere lì, a Srebrenica.
“Chi è che sa di che siamo capaci tutti, vanificato il limite oramai. Vanificato il limite, sotto occhi lontani, indifferenti e bui…Pomeriggio dolce assolato terso, sotto un cielo slavo del Sud. Slavo cielo del Sud non senza grazia”.
Un limite oltrepassato, calpestato, negato con un cinismo paragonabile solo alla pianificazione nazista dell’Olocausto. E tutto questo cinquant’anni dopo. Segno che la storia, troppe volte, non insegna niente, nonostante offra un infinità di occasioni su cui riflettere, da cui imparare. Quando si esce da quei capannoni è come s’uscisse da una tomba. Qui è il cuore della memoria rimossa dell’Europa, dove esiste un Islam europeo, ma è un’anomalia che disturba, nello schema dello scontro Oriente-Occidente.
Predrag Matvejević, scrittore e grande intellettuale balcanico, nato a Mostar, croato-bosniaco con cittadinanza italiana, un giorno scrisse: “Li hanno fatti fuori per questo. Sono una complessità intollerabile in un mondo fatto di bianco e nero. Oggi esiste solo l’Islam che spaventa. Dell’altro chi se ne frega. I musulmani dal volto umano al massimo si compatiscono, come quelli di Srebrenica. Chi se ne importa di un popolo che si fa massacrare e poi non mette nemmeno una bomba? E invece in Bosnia c’e un Islam europeo, che lascia le donne libere, le gonne corte, che accetta i matrimoni misti e quando c’è del buon vino lo beve, senza problemi. Una risorsa dimenticata, che si sarebbe potuta giocare contro i fondamentalisti”.

Pure e semplici verità che andrebbero considerate come antidoto al delirio del Califfato che preannuncia attacchi nei Balcani per “difendere i musulmani e terrorizzare gli infedeli”, richiamandosi proprio a Srebrenica. 

sabato 9 luglio 2016

#leggereSrebrenica/2

Oggi, ancora grazie a Srebrenica. La giustizia negata, rivediamo la Potočari di un tempo.

  Oggi chi visita Potočari si reca in un luogo quasi perfetto nella sua solennità intrisa di dolore. Un luogo che invoca silenzio, pietà e comprensione. Un cimitero quasi museale, con migliaia di stele per­fettamente ordinate e solenni a disegnare un piccolo bosco di bonsai bianchi immobili anche quando soffia il peggior vento. A quel tem­po non c’erano stele di marmo bianco. C’erano solo tavole di legno verde e fango. L’erba era poca e si camminava su una terra argillosa e appiccicosa che sembrava non volesse lasciarti andare via. Su due o tre tombe qualcuno aveva portato dei fiori di plastica. Su uno spa­ruto numero di altre c’era qualche fiore piantato, piuttosto provato, talvolta una piantina striminzita. I musulmani in circolazione erano pochissimi. Giravano molte persone armate e di notte era raccoman­dabile non farsi vedere. Ancora oggi è meglio cambiare strada, se hai la sfortuna d’incontrare qualcuno di quelli che ha torturato, stuprato e ammazzato, rigorosamente a piede libero. C’era un solo bar aperto e un microscopico negozio di alimentari. Tutto era buchi di mitra­gliatrice e di mortaio. Tutto era morte, abbandono, lutto.

venerdì 8 luglio 2016

#leggereSrebrenica/1

L’11 luglio 1995, Srebrenica: oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi. Ripercorriamo quei giorni con le parole di alcuni nostri autori che hanno affrontato questo argomento.
Il ricordo di oggi ci viene dal libro di Luca Leone e Riccardo Noury dal titolo Srebrenica. La giustizia negata e descrive la visita di Bill Clinton a Potočari
Bill Clinton giunse a Srebrenica il 20 settembre 2003. Prima non c’era mai stato. Eppure era lui il presidente degli Stati Uniti d’Ame­rica ai tempi del genocidio. Clinton entrò in carica per il suo primo mandato nel 1993 e chiuse il suo secondo termine nel 2001. È a lui che si deve la fine – seppur tardiva e sbagliata, nei termini e ne­gli accordi – del conflitto bosniaco del 1992-1995. L’ex presidente della superpotenza mondiale per antonomasia giunse nel luogo del martirio di oltre diecimila civili inermi quasi sospeso in una nu­vola di telecamere, flash, taccuini, domande a cui in buona parte non fu data risposta, aspettative. Impeccabile in giacca e cravatta. Clinton tenne il discorso d’inaugurazione del cimitero memoriale di Potočari. Davanti a migliaia di vedove, di figlie, di sopravvissute al genocidio di Srebrenica, perpetrato appena otto anni prima, si commosse pronunciando frasi pesanti come macigni proprio per­ché cariche di promesse e di princìpi mai e poi mai attuati. Prima di leggere il suo discorso aveva incontrato in privato una delegazione di donne di Srebrenica. Aveva fatto promesse. Aveva chiesto scusa. S’era commosso. Era stato attaccato. Era stato persino consolato. Lui. Davanti alle telecamere di tutto il globo, in un memoriale in cui erano state sepolte in luglio le prime centinaia di piccole bare verdi piene di ossa, solo d’ossa, Clinton disse cose di questo tenore:
“We remember this terrible crime because we dare not forget, be­cause we must pay tribute to the innocent lives, many of them children, snuffed out in what must be called genocidal madness…”.
“I hope the very mention of the name Srebrenica will remind every child in the world that pride in our own religious and ethnic heritage does not require or permit us to dehumanize or kill those who are dif­ferent. I hope and pray that Srebrenica will be for all the world a sober reminder of our common humanity”.
“May God bless the men and boys of Srebrenica and this sacred land their remains grace”.
Lacrime. Promesse. Lui che si allontana con un’immensa scorta.
Bugie. L’ennesimo “che non accada mai più” pronunciato a vanvera da un potente. Come quelli detti dopo la Shoah, dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo la guerra di Corea, dopo il Vietnam… e così via, fino al Rwanda, 1994, e Srebrenica, 1995, e poi fino ai nostri giorni. “Mai più” falsi e bugiardi.

martedì 5 luglio 2016

6 luglio 1991, verso la fine della guerra in Slovenia

Venticinque anni fa si svolgeva in Slovenia la prima guerra di indipendenza che avrebbe portato in breve alla dissoluzione della Jugoslavia. Abbiamo deciso di ripercorrere quei giorni insieme a Bruno Maran e al suo ottimo libro dal titolo Dalla Jugoslavia alle Repubbliche indipendenti.
6 luglio – Fine delle operazioni militari in Slovenia. Sono stati “dieci giorni di guerra”.

La sonda Juno ha raggiunto Giove: dal mito greco al successo scientifico

"Welcome to Jupiter!" è il grido che si è levato assieme all'applauso nel quartier generale del Jet propulsion laboratory della Nasa, in California alle 5:53 italiane. Sono scattati tutti quanti in piedi nel momento in cui è arrivata la conferma da oltre 500 milioni di chilometri: la sonda Juno si è inserita nell'orbita di Giove, il suo motore principale ha eseguito una manovra perfetta. L’importantissimo risultato scientifico, frutto di 11 anni di lavoro di cui cinque di viaggio, compiuto esclusivamente a energia solare, fa esultare la comunità scientifica internazionale che attende con trepidazione le prime immagini inviate che saranno inviate da Juno nelle prossime ore.
Stasera, alzando gli occhi al cielo non potremo fare a meno di ripensare alle origini del mito di Giove nella tradizione degli antichi greci, raccontata da Daniele Scaglione in “Le storie che costellano il cielo”. Vi regaliamo la parte dedicata al re dell’Olimpo, insieme a preziosi consigli su come trovarlo nel cielo stellato.
“Giove ci va a spasso nel cielo, e lo fa con sfoggio di potenza. D’altra parte è il re. Prima comandava Saturno, suo padre. Un giorno questi parla con un veggente. «Sovrano dei cieli e della terra, sta per nascere chi ti toglierà il potere», gli dice l’indovino. «Ohibò, questa storia non mi piace per niente. – replica Saturno – E chi sarà a farlo?». «Uno dei tuoi figli», è la risposta. “Quand’è così – pensa il dio – so cosa devo fare”. Ogni volta che a sua moglie Opi iniziano le doglie, il dio sta pronto a intervenire. Come il piccolo sbuca, oplà, se lo ingoia. Dopo quattro figli ingurgitati, Opi perde la pazienza. Tutte quelle gravidanze per niente. Così, appena nato il quinto bebè, la donna ha la prontezza di sostituirlo con un pietrone. Saturno, abituato a mandare giù figli sen­za neppure assaggiarli, ingoia il sasso e non s’accorge di niente. Il bimbo viene chiamato Giove e fatto crescere di nascosto dal padre. Quando è sufficientemente forte e robusto, lo va a incontrare. «Scusa papà, ti sembra una bella cosa aver messo in pancia i miei quattro fratelli? Fac­ciamo un accordo: se li cacci fuori e poi ti ritiri a vita privata senza fare storie, dimentichiamo tutto». Saturno, impressionato dalla possanza del suo figliolo, obbedisce docilmente. Tira fuori la pietra che credeva fosse Giove e i suoi quattro fratelli: Cerere, Nettuno, Plutone e Giunone.
Benché il momento non sia propriamente romantico, Giove s’innamo­ra di una delle due sorelle. Giunone, vuoi perché quel giovane è proprio bello, vuoi per riconoscenza, ricambia. Così si fidanzano e quello è forse il loro unico momento sereno insieme. Definire tormentata la loro rela­zione è poco e i loro litigi hanno parecchie conseguenze su noi dèi, sugli esseri umani, sugli animali…”

E ora, qualche consiglio per orientarsi, sempre grazie a Daniele Scaglione
“Gli antichi si accorsero che tra tutti i punti luminosi sopra di loro ve ne erano cinque, come dire, “anomali”. Tre di loro, per alcuni periodi, erano nettamente più luminosi delle stelle. Sono Venere, Giove e anche Marte, mentre Saturno è un po’ meno brillante. (…) Altra cosa che notarono gli antichi è che la luce di questi cinque og­getti è fissa, non tremula come quelle degli altri (oggi sappiamo anche perché: c’entra il fatto che sono molto, ma molto molto più vicini alla Terra di quanto non lo siano le stelle). Un’altra cosa che probabilmente avevano notato i Greci e gli altri popoli che iniziavano a osservare il cosmo è che queste luci non si adeguavano a nessuna costellazione: pas­savano da un disegno in cielo all’altro. Facevano un po’ quello che gli pareva: come gli dèi, appunto.

Giove, da buon sovrano, mantiene il controllo della situazione. La sua luminosità, anche nei momenti di massimo splendore, è minore di quella di Venere, però mantiene salda la posizione in cielo per parecchio tempo nel corso della notte. La sua luce biancastra, fissa e tranquil­la, dovrebbe essere facilmente reperibile. Osservare Giove già solo con un buon binocolo può dare una grande soddisfazione: scorgere i suoi quattro satelliti medicei, scoperti nel 1610 da Galileo (anche se pare che pure il tedesco Simon Marius, qualche giorno dopo, sia riuscito a osservarli, indipendentemente. I due litigarono non poco). Si tratta di Io, Ganimede, Europa e Callisto, i più grandi e luminosi tra gli oltre sessanta satelliti del pianeta”.