È guerra, sono guerre: devastanti, distruttrici di relazioni, di corpi, della natura e dell’ambiente, di patrimoni culturali dell’umanità. E la chiamavano pace.
Davide,
nel suo passare attraverso o dentro le situazioni di guerra, riflette sulla
necessità di tenere insieme, nella cooperazione internazionale o nell’agire dei
singoli e dei movimenti e delle associazioni pacifiste – sebbene io preferisca
chiamarli “movimenti per la nonviolenza” – le risposte sia all’emergenza e ai
bisogni delle comunità sradicate e ferite, sia quelle della ricerca per la
costruzione della pace. Anche lui consapevole che non vi è pace senza giustizia
e che la povertà, come ci dice Nelson Mandela, “non è un destino” ma il
risultato delle politiche di un sistema che invece di porsi la questione per
chi, come, cosa produrre, pensa a fare più profitto e a sfruttare uomini, donne
e natura.
Anche se
la sua narrazione è racconto di un’esperienza soggettiva, dalla presa di
coscienza alla pratica della nonviolenza, e non una dissertazione accademica,
Davide nomina le contraddizioni degli interventi chiamati “umanitari” e che
invece sono in realtà dominio geopolitico, conquiste di risorse e mercati o di
terra colonizzata e rubata – ai Palestinesi, nel caso di Israele.
L’autore
evidenzia come sia indispensabile separare gli interventi di costruzione della
pace (peacebuilding) dalla commistione con i militari e al contempo racconta i
palesi fallimenti e le ipocrisie degli aiuti umanitari, che invece di agire sui
conflitti per creare condizioni di sviluppo e di economia sociale diventano
portatori di nuovi conflitti e disuguaglianze.
Attraverso
i suoi passaggi nelle varie organizzazioni, dall’Agesci agli Obiettori di
coscienza, dall’Associazione per la Pace, alla formazione e l’insegnamento, ai
viaggi nei luoghi delle guerre o dell’occupazione militare, nel conflitto e nel
post conflitto (ma quanto lavoro andrebbe fatto per
spiegare cosa sono i conflitti) ci lascia luoghi, persone, riflessioni e ingiustizie
subite ma anche esempi di umanità straordinaria.