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venerdì 31 luglio 2015

"Declinazione genocidio", Luca Leone in #Srebrenica #MeseDellaMemoria

Quando leggiamo parole come “eccidio”, “strage”, “mattanza”, “massacro”… in riferimento a quanto avvenuto a Srebrenica, ci troviamo di fronte o a parole sparpagliate a caso da qualche gior­nalista superficiale oppure a una scelta deliberata per ridurre ad arte la gravità, la magnitudo, l’impatto, il significato di un evento che nella storia europea era avvenuto, per l’ultima volta, con la Shoah degli ebrei e con il genocidio dei rom nei campi di stermi­nio nazisti. Altri popoli che a certo mondo estremistico non sono, guarda caso, mai andati molto a genio. E temo che, nella testa di certe persone, musulmani bosniaci, ebrei e rom siano accomunati da un identico disprezzo per la considerazione che si ha di loro. È una vergogna.
Per capire come stanno le cose realmente, è sufficiente prendere in mano un comune dizionario dei sinonimi e dei contrari. Io sto usando uno Zanichelli. Sinonimi di “eccidio” sono sterminio, stra­ge, ecatombe, macello, massacro, carneficina, carnaio, scempio, uc­cisione, falcidia. Di “mattanza” sono massacro, assassinio, stermi­nio. Per “massacro” abbiamo eccidio, strage, carneficina, sterminio, uccisione, scempio, macello, carnaio, ecatombe. Solo per “strage” troviamo sinonimi quali carneficina, massacro, sterminio, macello, scempio, eccidio, ecatombe, carnaio, falcidia, decimazione, ucci­sione di massa, genocidio. Se però andiamo a vedere il significato di “strage” su un vocabolario, questo viene comunemente indica­to come “uccisione di una grande quantità di persone o di animali” (Corriere della Sera), o “uccisione violenta di molte persone o animali insieme” (Garzanti Hoepli). Quindi, di fatto, per quanto comu­nemente usato come sinonimo, “strage” non fa direttamente rife­rimento alla Convenzione del ‘48 e il suo uso non è corretto né in riferimento alla Shoah né in riferimento al genocidio di Srebrenica né in riferimento al genocidio rwandese della primavera del 1994. Credo che però l’uso di sinonimi meno d’impatto del termine “ge­nocidio” abbia la finalità di ridurre, di sminuire la gravità di quanto avvenuto a Srebrenica così come nei campi di sterminio nazisti.
Varrà forse la pena ricordare che la parola “genocidio” è stata co­niata appositamente a metà degli anni Quaranta del Novecento dall’ebreo polacco sopravvissuto Raphael Lemkin con lo scopo di provare a descrivere in modo adeguato le politiche naziste di ster­minio sistematico degli ebrei europei. Il termine nasce dalla sintesi del prefisso geno-, dal greco razza tribù, con il suffisso -cidio, dal latino uccidere. Lemkin, come scrisse, aveva in mente “l’insieme di azioni progettate e coordinate per la distruzione degli aspetti essenziali della vita di determinati gruppi etnici, allo scopo di annientare i grup­pi stessi”. I suoi sforzi vennero poi premiati con l’introduzione della parola “genocidio” nella Convenzione del 1948 e nel vocabolario mondiale comune. Un genocidio, dunque, non è “semplicemente” un strage, ma è l’annientamento totale di uno o più gruppi. Nello specifico di Srebrenica, del gruppo nazionale bosniaco di radice e cultura musulmana, ovvero i successori di coloro che, convertiti­si dopo l’anno mille dal cristianesimo al bogomilismo, lasciarono nella seconda metà del Quattrocento, dopo secoli di persecuzioni, questo credo eretico dualista per abbracciare l’Islam, che poi diver­rà, nei secoli, l’Islam moderato bosniaco. Punto.
Se c’è qualcuno che vuole parteggiare per persone che si sono macchiate di crimini che richiamano per gravità quelli perpetrati da nazismo, con il beneplacito di Paesi come l’Italia, questo fa pau­ra ma non deve intimidirci. La via maestra è quella della verità. E, documenti alla mano, siamo noi quelli che la stanno dimostrando e la stanno difendendo, non i negazionisti e i revisionisti, che sanno solo esprimersi attraverso slogan e teorie complottistiche da fumet­to di serie B degli anni Cinquanta.

Luca Leone

giovedì 30 luglio 2015

"Una sera a teatro", Marco Cortesi #MeseDellaMemoria per #Srebrenica

Una sera a teatro: un giovane spettatore tiene in mano il programma di sala del nostro spettacolo sulla guerra nella ex-Jugoslavia. Nel programma si dice che racconteremo la storia di Srebrenica. Sono in platea per salutare alcuni amici prima dell'inizio e sento il ragazzo in questione tentare goffamente di leggere quello strano nome di città in una lingua che non conosce. Il suo compagno di posto ride e dice che a lui la parola "Srebrenica" ricorda il nome di una marca di vodka. «L'avevi mai sentita prima questa cavolo di parola?». «Mai» risponde l'altro, alzando le spalle per poi tornare ad armeggiare con un grosso smartphone. Io continuo ad ascoltarli allibito.

«Hai mai sentito parlare di Srebrenica? Hai mai sentito parlare del più grave genocidio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?»
«Mai».

Questo 11 luglio cambiamo le cose. RICORDIAMO QUELLO CHE È STATO. RICORDIAMO SREBRENICA.

Marco Cortesi

mercoledì 29 luglio 2015

“Più ti picchio, più ti amo”, il paradosso dell’amore

Benedetta, è una giovane donna, bellissima moglie e mamma di un bimbo dolcissimo. Sempre curata ed elegante nel vestirsi. Rende felice suo marito, Luca, e si prende cura del piccolo Mattia. Un giorno, però, tutto cambia. Non esce più di casa, fuma una sigaretta dietro l’altra, non si vuole più bene. Trascura Mattia trascinandolo con sé in lunghe notti al freddo, spiando di nascosto il marito, oppure passa tutta la giornata immobile sul divano, inerte, piangendo.
Paola è un’assistente sociale. Un giorno arriva nel suo ufficio una segnalazione che non può ignorare e, nella notte, riceve questo messaggio: Tieniti pronta, vado a prendere il piccolo…”.

Mi chiamo Beba, di Palma Lavecchia, capitano dei Carabinieri, è la storia di una donna, Benedetta, di violenze, di famiglie a pezzi e di figli che non vivono la loro età dell’innocenza. Ma se i media, nella realtà, ci raccontano sempre la stessa vicenda, con un triste epilogo che sfocia nella cronaca nera, in questo romanzo possiamo sperare in un lieto fine e dare forza e fiducia alle donne dicendo loro che l’amore per i figli, e per se stesse, possono salvare la vita e dare la possibilità di ricominciare. Con un nuovo spirito, e un nuovo nome. Beba.


“Un terribile proverbio ispanoamericano recita: más te pego, más te quiero, ossia più ti picchio, più ti amo. Una frase paradossale che rivela un inconscio fantasma di violenza all’interno della coppia, basata sull’umiliazione”. (Alessandro Meluzzi)

Nadia Ravioli per #Srebrenica #MeseDellaMemoria

Vent’anni anni dopo… Srebrenica

Sono andata per la prima volta a Srebrenica nel maggio del 2013, con un gruppo meraviglioso di persone.
Il mio viaggio per andare “oltre”, perché in alcuni casi, non bastano i libri, i documentari, i racconti di persone che ci sono state. Io sono convinta che in alcuni luoghi, si ha il “dovere morale” di andarci.
Dopo aver visitato Sarajevo e Tuzla ci siamo diretti proprio lì, in questo paesino separato dalla Serbia dal corso della meravigliosa Drina. Arrivati a questa “famosa” enclave che tanto interessava i serbi, ho visto un paese fantasma, poca gente per strada, dove in troppi non hanno lavoro. Non siamo scesi dall’autobus, abbiamo fatto solo un giro del paese passando vicino al campo da basket dove sono stati trucidati i bambini di una scuola durante l’intervallo. Poi ci siamo diretti al memoriale di Potočari e solo allora, in quel posto, ti rendi ben conto di quello che è successo, quelle colonnine bianche, sterminate per una interminabile distanza, ti fanno riflettere. Rifletti su quanto sia stato assurdo che queste persone spinte dall’odio – o per meglio dire dalla sete di potere di altri – si siamo fatti soggiogare così tanto da uccidersi tra di loro. Un piano ben macchinato, perché tanto a morire erano gli altri, uccisi, secondo la logica comune dall’odio religioso, quando la religione non c’entrava assolutamente nulla.
Ogni volta che torno in Bosnia sistemo meglio un piccolo tassello, perché sono troppi i grovigli che hanno alimentato questo odio assurdo verso l’altro, in un Paese che era l’eccellenza della tolleranza e della civiltà. Ora resta solamente desolazione, disperazione, lutti che non possono essere elaborati, perché non si sono ancora ritrovati i corpi di tutti i bosniaci musulmani uccisi e seppelliti nelle fosse comuni.
Come può ripartire un Paese dove non si è fatta giustizia? Credo che la giustizia sia una buona base di partenza, anche per un Paese i cui governanti stanno svendendo il meglio a noi, i Paesi del cosiddetto “Occidente”, per una manciata di monete, lasciando ancora di più le persone nella miseria. Dove la corruzione è a livelli inimmaginabili, ma noi italiani lo possiamo ben capire, perché abbiamo lo stesso sistema. Ci stiamo avvicinando sempre più a quello della ex-Jugoslavia.
Senza giustizia non si va da nessuna parte e senza memoria non si va avanti ma si retrocede solamente.
Parlare del genocidio vuol dire dare ancora una speranza a queste persone, perché una volta persa la speranza, allora si muore veramente.

Nadia Ravioli

martedì 28 luglio 2015

"Un ombrello rosso", Eldina Pleho ricorda #Srebrenica #MeseDellaMemoria

Quando penso a Srebrenica, mi viene in mente un’estate di circa 25 anni fa. Penso al tempo che ho trascorso con mio nonno, l’odore dei funghi che raccoglievamo insieme. Mio nonno li vendeva e mi aveva comprato un ombrello rosso per andarci a scuola; mi aveva detto che l’estate dopo avremmo lavorato ancora di più e mi avrebbe comprato una borsa rossa. Ma quell’estate non c’è stata.
Dopo più di vent’anni, lontano da casa, in una piccola città toscana, il telefono suonava per me. Mia mamma piangeva. Fa male rispondere al telefono e sentire piangere la propria mamma. “Dida, ascolta – mi diceva – abbiamo trovato il nonno”. Ho sentito la fatica nella sua voce mentre mi parlava. “Come?”, mi chiedevo in stato di shock, senza più parole, con la gola strozzata. “Lo abbiamo trovato… il suo corpo era in tre diverse fosse comuni” – continuava mia mamma mentre io sentivo il suo respiro diventare affannoso. “Ma mancano alcune parti. – faticavo ad ascoltarla – Una gamba, una parte di un braccio…”. La linea è caduta e non sono riuscita più a sentire mia mamma. Volevo solo sdraiarmi e chiudere gli occhi, sdraiarmi soltanto… da una finestra aperta entrava un vento leggero che muoveva una tenda con delle rose disegnate sopra. Sdraiata a occhi chiusi vedevo un ombrello rosso, aveva delle piccole rose bianche e rosse in alto, forse era un altro fiore, no, erano proprio rose… ricordati, forza, devi ricordare… non lo so, non ci riesco. Il viso del nonno, il colore dei suoi occhi, qual era, non me lo ricordo… mio Dio, non riesco a ricordarmelo.
Ho pianto per ore, non riuscivo a ricordare se l’ombrello rosso avesse delle rose o altri fiori disegnati, e quale fosse il colore degli occhi del nonno.
Srebrenica sarà per sempre un dolore insopportabile.


Eldina Pleho