Translate

Visualizzazione post con etichetta Srebrenica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Srebrenica. Mostra tutti i post

lunedì 13 luglio 2015

"Le responsabilità e la giustizia", Carla Del Ponte per #MeseDellaMemoria

"Sulla piena responsabilità di Ratko Mladić nel genocidio di Srebrenica non ci sono attenuanti, ma il processo contro l’ex generale potrà fare luce sulla verità e chiarire eventuali corresponsabilità di quella che è e rimarrà per sempre una delle pagine più drammatiche dei fatti criminali nella moderna e democratica Europa. Giustizia per le vittime, i sopravvissuti e ancora, come a Norimberga, perché non si ripeta mai più, never again".

Carla Del Ponte
Magistrato, diplomatico, ex Procuratore Capo del Tribunale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia

sabato 11 luglio 2015

Non cadere vittime del revisionismo, Roccardo Noury per Srebrenica

Ci hanno ricordato, negli ultimi nove anni, che gli anniversari "tondi" sono quelli utili, nel mondo dell'informazione, per ricordare i crimini del passato. Ce lo avevano detto anche nei nove anni precedenti il 2005. Allora, non lasciamo passare invano il ventesimo anniversario del genocidio più veloce della storia. Anche perché, per il tempo che verrà il trentesimo, l'opera dei revisionisti si sarà completata. Apprenderemo allora, per assurdo, che Srebrenica era una “zona contesa” e non una “zona protetta”, che il memoriale di Potočari è stato il set di una fiction e che gli ultranazionalisti serbo-bosniaci e serbi sono stati perseguitati dalla giustizia internazionale. 
Riccardo Noury
Portavoce
Amnesty International Italia

venerdì 10 luglio 2015

Non posso dimenticare Srebrenica, Irfanka Pašagić per #MeseDellaMemoria

Srebrenica vent’anni dal genocidio è una città dove, malgra­do il male, ha vinto la vita. Le ferite però sono ancora troppo profonde: ammoniscono e richiamano alla mente ciò che c’è stato.
Non potete rimanere indifferenti se venite a Srebrenica.
Al ritorno, dovete portarvi dietro il peso della tragedia che poteva essere evitata, ma anche lo stupore per la bontà delle persone che incontrate. Due mondi diversi in uno.
Non posso dimenticare il luglio del 1995.
Non posso dimenticare le colonne di affamati, di dispersi. Non posso dimenticare il vuoto negli occhi dei bambini e delle madri, il doloroso aspettare e sperare che qualcuno dei membri della loro famiglia sarebbe arrivato vivo…
Non posso dimenticare l’orrore negli occhi di Tadeusz Mazowie­cki in una delle tende piantate nell’aeroporto Dubrave, vicino a Tuzla, dove erano state portate le donne e i bambini sopravvissuti, quando a voce bassa mi chiedeva se tutto quello che raccontavano di aver vissuto era vero e quando anch’io, messa a confronto con un tale indicibile crimine, che non potevo accettare, iniziavo a spe­rare che forse sì, forse non era proprio così. Penso di avergli anche risposto così… che forse non lo era…
Ancora oggi, camminando per Srebrenica, passando vicino a tan­te case vuote, davanti ai miei occhi vedo i volti sorridenti di quelli che non ci sono più.
E vedo la vergogna della comunità internazionale che poteva, ma non voleva.
E vedo gli occhi del mondo chiusi di fronte al dolore della ma­dre Hajra e di tante altre madri che nemmeno vent’anni dopo riescono a trovare le ossa dei propri figli uccisi e senza l’autoriz­zazione delle autorità della Repubblica Srpska neppure hanno il permesso di visitare i luoghi del loro calvario, almeno per lasciarci un mazzo di fiori.
Oggi, vent’anni dopo, ci sono ancora quelli che non vogliono sapere oppure negano che a Srebrenica sia stato commesso un genocidio.
Sono ancora troppi quelli che passeggiano liberamente per Sre­brenica e non dovrebbero. Per le morti di cui sono colpevoli, per il dolore che hanno causato, per il male che richiamano ancor’oggi…
Parlare di Srebrenica è difficile.

Irfanka Pašagić
Psichiatra, fondatrice di Tuzlanska Amica

giovedì 9 luglio 2015

Srebrenica e il Tribunale delle Donne, Jasmina Tešanović per #MeseDellaMemoria

I vent’anni trascorsi dal genocidio di Srebrenica rappresentano la misura temporale vicina e allo stesso tempo necessaria per avere una prospettiva storica dei fatti. I protagonisti sono ancora vivi, i testimoni pure, i luoghi quasi intatti. Non sentiamo la necessità, come per la prima guerra mondiale, di storicizzare troppo l’accaduto. Di mettere nel contesto storico i nomi, le etnie, le religioni, gli atti dei criminali, delle vittime. Ma non bisogna mai racchiudere le vite perse solo in due date con un trattino in mezzo, la data di nascita e quella di morte. Quanto è accaduto è limpido e trasparente come non mai, si sa oramai tutto, non ci sono dubbi… eppure, qualcosa manca. Mancano istituzioni efficienti e adeguate che sappiano punire, fermare e raccontare il delitto. Perché altri genocidi sono successi e succedono, perché forse per Srebrenica manca una Hannah Arendt che a Gerusalemme, durante il processo a Eichmann, descrisse la banalità del male senza prendere parte etnica o politica.
E vent’anni dopo, oltre a ricordare, che fa male, molto male alle persone coinvolte, ma fa bene, molto bene a coloro che tutt’ora lo ignorano, bisogna anche vedere come si fa o si è fatto a superare un trauma storico come questo, in mezzo all’Europa. Crescere e andare oltre: le uniche che hanno lavorato duramente e nella direzione della costruzione della pace sono state le donne. Hanno parlato con i sopravvissuti, raccolto i racconti – soprattutto delle donne vittime di violenza di qualsiasi tipo –, hanno scritto così la storia alternativa. Lo hanno fatto con libri, incontri e, nel gran finale, con l’incredibile istituzione del primo Tribunale delle Donne in Europa che si è tenuto lo scorso maggio a Sarajevo. I tribunali ufficiali sono stati finora inadeguati e inefficienti, ma il Tribunale delle Donne, composto da sopravvissute, da protagoniste, da teoriche ed esperte, pur senza una vera forza legale ha messo a punto il quadro storico in tutte le sue sfumature dando dei consigli per un futuro di riconciliazione e di pace nella regione. La vera via pacifista e pacifica in fondo può essere percorsa solo da coloro che hanno vissuto la guerra e da coloro che non portano vendetta e persecuzione nel loro agire. E questo sono quelle donne. Il tribunale è stato organizzato dalle Donne in nero della Serbia – di cui io sono parte –, quella stessa Serbia da dove è partito il male, insieme a molti altri gruppi di pacifiste, attiviste femministe della regione, seguite da femministe esperte internazionali. È stato un momento storico, da ricordare e da unire alla data del genocidio di Srebrenica, così che le vite perse possano riconquistare la loro dignità e noi un po’ di speranza.

Jasmina Tešanović

mercoledì 8 luglio 2015

Moni Ovadia partecipa a #MeseDellaMemoria per Srebrenica

Il Giorno delle Memorie

L’ipocrisia, il cinismo e l’indifferenza della po­litica interessata solo al potere, fa sì che ancora, a Srebrenica per esempio, le vittime degli orrori debbano vedersi quotidianamente davanti, impuniti, arroganti, beffardi, minacciosi – spesso trasfor­mati in eroi –, molti dei loro carnefici o quelli dei loro cari sepolti in fosse comuni o fatti a pezzi e conservati in frigoriferi, gli stupra­tori individuali e di massa, e non possano elaborare immani soffe­renze e lutti atroci. Noi piccoli o grandi militanti della Memoria e attivisti dell’integrità inviolabile dell’uomo, ci sentiamo presi alla gola da un insopprimibile senso di impotenza sfregiato da revi­sionismi e negazionismi. Qualcosa però possiamo farlo, ridefinire per esempio il Giorno della Memoria e la sua cultura, per farne il “Giorno delle Memorie” riorientandone il senso. Bisogna far capire che le vittime, i loro cari e tutti quelli che al loro fianco si impegnano a chiedere giustizia, compiono un magistero di para­dossale pietas: quel giorno deve e dovrà essere soprattutto per le nazioni, le classi e le genti che nutrirono, fecero crescere i carnefici o semplicemente non li fermarono e permettere loro di edificare nel futuro delle società di giustizia e di pace. È ora di far capire alle giovani generazioni che nulla è più infame in questo mondo per una persona, per un gruppo, per un villaggio, una città, un’istitu­zione, una nazione, che essere carnefici e aguzzini dei propri simili inermi e che nessuna situazione, neppure la più estrema, giustifica una simile viltà.

Moni Ovadia

martedì 7 luglio 2015

"Vent’anni dopo Srebrenica, ancora “scomparsi” in Bosnia", Paolo Pignocchi per #MeseDellaMemoria/05

Vent’anni dopo Srebrenica, ancora “scomparsi” in Bosnia
Di nuovo un anniversario, di nuovo il dovere morale di ricordare affinché questo non accada più; di nuovo eventi da organizzare per coinvolgere la distratta opinione pubblica. A vent’anni dal genocidio come raccontarlo oggi che la memoria sfuma, come rendere attuale e rivivere quelle ferite, quegli scomparsi che il mondo dimentica così facilmente?
Come?
Per noi è una ferita aperta che solo il completamento del percorso della giustizia nei confronti dei colpevoli riuscirà a lenire. È una ferita che si apre ogni anno, come una questione mai risolta. Guardo il mare dalla finestra e penso che è lo stesso mare, un piccolo mare, attraverso il quale si arriva in Bosnia, che divide noi da loro, il nostro dolore da quello eterno delle madri e figlie di Srebrenica, dalle nostre colpe. Un piccolo tratto d’acqua che non ci ha permesso di fermare questo e altri genocidi.
Le famiglie delle oltre 8.000 persone uccise nel genocidio di Srebrenica attendono ancora giustizia e riparazione, mentre presunti responsabili continuano a vivere nelle stesse comunità delle loro vittime e dei loro familiari. In Bosnia Erzegovina, questo è un momento molto sentito  per commemorare le vittime del genocidio, ma anche tutti coloro che furono uccisi e che scomparvero durante la guerra in Bosnia del 1992-‘95. Una risoluzione del Parlamento Europeo ha sancito ufficialmente l’11 luglio come Giornata di Commemorazione del genocidio in tutta l'Unione europea.
Fra il 10 e l’11 luglio 1995, sul finire della guerra in Bosnia Erzegovina, le forze serbo-bosniache attaccarono l'enclave di Srebrenica, dichiarata "zona protetta" dalle Nazioni unite in cui migliaia di musulmani bosniaci avevano trovato rifugio. Dopo la presa di Srebrenica, i militari separarono dal resto della popolazione per poi uccidere deliberatamente almeno 8.000 uomini e ragazzi bosniaco-musulmani (le stime ufficiali parlano di 8.372), seppelliti in fosse comuni sparse per centinaia di chilometri; molti di questi corpi non sono ancora stati ritrovati.
Quanto successo a Srebrenica vent’anni fa è stato descritto come la peggiore atrocità commessa in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ed è stato riconosciuto come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia e dalla Corte Internazionale di Giustizia. 
Alcuni dei responsabili dei crimini commessi a Srebrenica, compresi l’ex leader serbo bosniaco Radovan Karadzic e il generale serbo bosniaco Ratko Mladic, sono comparsi davanti al Tribunale per rispondere delle accuse a loro rivolte. La mancanza di “volontà politica” – dichiarò Carla Del Ponte, ex Procuratore Capo del Tribunale per i Crimini di guerra nella ex Jugoslavia, – non ha permesso di arrestarli molto tempo prima. La Corte di Stato della Bosnia Erzegovina continua a perseguire i crimini di diritto internazionale commessi durante la guerra. Tuttavia, gli attacchi verbali contro il sistema giudiziario e la negazione di questi crimini, compreso il genocidio di Srebrenica, da parte di politici del Paese e intellettuali, minano gli sforzi per indagare e perseguire i presunti autori di questi reati e continuano a vanificare il diritto delle vittime alla giustizia, alla verità e alla riparazione. 
La guerra si concluse quasi vent’anni fa nel dicembre 1995 ma, secondo gli ultimi dati, oltre 8.000 persone sono ancora disperse nel Paese, dalla fine della guerra. Ciò equivale a un’"altra" Srebrenica. Il destino e la sorte di queste persone scomparse, non è stato chiarito, e i loro familiari non hanno avuto accesso alla verità, alla giustizia e alla riparazione.
Una legge sulle persone “scomparse” in Bosnia Erzegovina è stata adottata nell’ottobre 2004, nulla però è stato fatto fatto per dare seguito al provvedimento. Chiediamo che la Bosnia Erzegovina non interrompa la ricerca e l’identificazione delle persone scomparse in tutto il territorio nazionale. La legge del 2004 riconosce i diritti sociali ed economici delle famiglie delle persone scomparse e obbliga lo Stato a creare un Fondo per il sostegno delle famiglie degli scomparsi. Il Fondo avrebbe dovuto essere attivo entro 30 giorni dalla legge entrata in vigore nel 2004.
Nel marzo 2012, la Bosnia Erzegovina ha ratificato la Convenzione Internazionale per la protezione di tutte le persone dalle “sparizioni forzate”. Nell’agosto 2014, la Bosnia Erzegovina ha firmato una dichiarazione evidenziando la responsabilità delle autorità statali per affrontare il problema degli scomparsi e la necessità di garantire che i meccanismi e i metodi utilizzati siano conformi alle norme sui diritti umani. Al di là delle dichiarazioni politiche e della ratifica della Convenzione Internazionale, lo Stato della BiH ha omesso di fornire misure concrete per alleviare il dolore e la sofferenza delle vittime.
Gli attivisti e le attiviste di Amnesty International non dimenticano e continueranno a ricordare a tutti che solo la fine dell’impunità e il riconoscimento delle violazioni subite possono assicurare una pace vera. Nei giorni del 10 e 11 luglio, in particolare tutto il mondo di Amnesty, insieme a chi vorrà farlo insieme a noi ricorderà i morti di Srebrenica con veglie, flashmob, eventi in ricordo.

Paolo Pignocchi
Amnesty International Sezione Italiana
Vice-Presidente

lunedì 6 luglio 2015

#MeseDellaMemoria/04: Giuseppe Modica dedica il suo pensiero a #Srebrenica

Alto il sole, brucia slavo. Brilla il sudore al chiarore di un cielo terso, senza veli, senza nuvole a protezione, senza nessuna compassione. Srebrenica.
È l'undici luglio dell'anno 1995, io mi chiamo Suljo, sono jugoslavo, ho quarant'anni e, prima che l'inferno divorasse la mia città, lavoravo allo stabilimento termale del Monte Guber.
È l'undici luglio 1995 e ho una moglie, una figlia di quindici anni e un'altra che le sarà sempre più giovane di due anni. Sono bellissime: bionde come la madre, con gli occhi verdi come i miei e profumano di mela e di prugna. La "piccola" è diventata signorina l'altro ieri. Sul suo viso brillavano lo stupore, un po' di paura e la felicità di essere finalmente donna, come sua sorella.
È l'undici luglio 1995 e questo è il quarto anno di guerra. Da che è iniziata questa follia collettiva non ho ancora visto il nemico, non ho sentito l'odore del sangue mischiato alla terra, i miei occhi non hanno ancora incrociato una sola morte violenta. Certo, c'è l'orrore dentro i discorsi di Avdo, Emir, Mujo, i miei ex colleghi dei bagni termali, ma io penso che esagerino.
È l'undici luglio 1995 e a noi non succederà, con i serbi di qui siamo sempre andati d'accordo. Serbi... mi fa quasi sentire ridicolo usare questa parola: suvvia, noi siamo tutti Jugoslavi! Fratellanza e unità, è così che i nostri genitori partigiani ci hanno cresciuto. Siamo fratelli.
È l'undici luglio 1995 e i nostri fratelli sono penetrati nella mia città, Srebrenica. Fa molto caldo. In città sembrano tutti impazziti e serpeggia il terrore. La fame gioca brutti scherzi e, lo devo ammettere, non stiamo mangiando come dovremmo da ormai troppo tempo. La maggior parte della cittadinanza ha deciso di spostarsi alla base Onu di Potočari per chiedere protezione ai soldati olandesi del Dutchbat.
È l'undici luglio 1995 e sapevo che non era una buona idea venire qui. Siamo migliaia, non si respira e siamo stanchi, così stanchi da non riconoscerci neanche più fra di noi. Una voce squilla dagli altoparlanti per dirci che il generale Karremans, il comandante del Dutchbat, ha deciso di farci uscire.
"Uscite dalla base in gruppi da cinque e andate dai serbi che vi porteranno al sicuro".
Visto? Potevamo risparmiarci queste ore di agonia, stipati qui dentro come se fossimo carne da macello. Siamo uomini, siamo esseri umani. Dignità!
È l'undici luglio 1995 e siamo solo uomini. Siamo maschi, implotonati in gruppi di cinque, camminiamo stretti in un corridoio di mimetiche sdrucite. Ho paura. Ho dovuto abbandonare la mia famiglia. Sono preoccupato per le mie bimbe. Bimbe... oh, se mi sentissero... mi correggerebbero subito, un po' piccate: "Donne, papà, donne!". Ho paura per loro. Spero abbiano trovato un angolo quieto in cui rifugiarsi, in attesa del mio ritorno.
È l'undici luglio 1995 e i nostri fratelli ci spintonano coi calci dei loro fucili automatici e si sentono, sempre più vicini, spari, rantoli e urla di donne disperate. Non riesco a respirare, sono agitato, improvvisamente mi sono venuti crampi fortissimi alla pancia, ho la gola arsa e tremo.
Tremo di paura.
Mi fermo un attimo.
Mi giro indietro.
Vedo la base dell'Onu, vicina, dietro di noi.
Vedo la mia vita, dietro di me.
Odoro pericolo.
Annuso sciagura.
Mi volto nuovamente in avanti...
È l'undici luglio 1995 e mi volto nuovamente in avanti...e la prima e l'ultima cosa che vedo è una belva in mimetica che ha trovato la mia piccola e si è accorta che è diventata donna.
Non sento più nulla.
Sono sordo.
Non ho caldo.
Non sento stanchezza.
Vedo solamente, e non vorrei farlo.
Mi scaglio in avanti, verso la mia piccola, urlando.
Mi si squarcia il cuore. Mi esplode la testa, sotto il tocco feroce del piombo di un kalashnikov.
Cado.
Buio.
È l'undici luglio 1995 e sono morto oggi, guardando l'orrore. Le ultime immagini, quelle che mi hanno straziato l'anima, mi ripassano di continuo davanti agli occhi. Non mi è bastato morire, vedo ancora, anche qui sotto, sepolto da centinaia di altri corpi, di altri padri, di altri fratelli, di altri mariti, di altri figli. Alcuni li conosco, altri no, ma al fondo di una fossa imputridisce il nostro destino comune.
Risoluzione 819, risoluzione 824, risoluzione 836 e nessuno fece nulla.
Siamo morti, siamo sconosciuti, siamo i puntini di sospensione dopo 8.372...
Siamo gli zeri che definiscono l'abiezione della parola "genocidio".
Giuseppe Modica

domenica 5 luglio 2015

Il genocidio di Srebrenica, una riflessione di Riccardo Noury di Amnesty International

Srebrenica, l’11 luglio del 1995. Oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.
Vent’anni dopo Riccardo Noury e Luca Leone entrano con Srebrenica. La giustizia negata nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nel vuoto totale di giustizia che ha seguito il genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.
Pubblichiamo un estratto tratto dal libro di Riccardo Noury e Luca Leone che fornisce una chiave di lettura dei fatti di allora. Il testo è liberamente utilizzabile dalla stampa citando la fonte © Infinito edizioni – 2015.

“C’è un’altra ragione che spiega il distacco emotivo da Srebrenica, il ridimensionamento del genocidio a un fatto non eccezionale e controverso di guerra. Quella ragione è il modo in cui oggi vediamo l’Islam.
All’inizio degli anni Novanta, l’Islam non era ancora il “nemico”. Non lo era più il comunismo. Erano anni in cui identificare vittime e carnefici era chiaro e non c’era bisogno di contaminare i senti­menti con le fobie.
L’islamofobia era prevalentemente confinata all’interno di gruppi religiosi tradizionalisti. Sarajevo era la città perfetta, in cui quattro religioni monoteistiche convivevano. Era la Gerusalemme realizza­ta, mentre lì partiva la seconda intifada.
L’11 settembre 2001 è stato lo spartiacque. Da quel giorno, ogni ragionamento su una religione praticata da circa un miliardo e mezzo di persone nel mondo è stato raso al suolo in nome della sua identificazione, del suo schiacciamento sulle azioni di gruppi che all’Islam si richiamano: i talebani, la rete del terrore qaedista, e via via i ribelli libici, i Fratelli musulmani, il Fronte al-Nusra, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante e ora lo Stato islamico tour court.
L’Europa si è fatta divorare dall’islamofobia, col contributo nient’affatto trascurabile di criminali efferati, come quelli che a Parigi “per vendicare il profeta” hanno compiuto una strage il 7 gen­naio 2015 nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, replicata il giorno dopo in un supermercato kosher.
Resta il fatto che un velo, un kebab, una moschea, una barba sono diventati il bersaglio delle leggi, dello stigma, del sospetto. A Sarajevo si è iniziata a vedere qualche donna velata. In nome dell’i­slamofobia, si è rimesso tutto in discussione. Come per certe per­sone era meglio Bashar el-Assad rispetto all’Isis, era meglio Mladić rispetto ai musulmani bosniaci.
L’elenco infinito degli uccisi di Srebrenica è stato riletto con que­sta filigrana fobica, e via via quegli uomini, quei ragazzi, sono di­ventati sempre meno europei, sempre meno slavi, sempre meno bosniaci e sempre più musulmani.”

sabato 4 luglio 2015

Srebrenica 20 anni dopo: la prima settimana nel ricordo con #MeseDellaMemoria

In questo primo fine settimana di luglio continuiamo a nutrire la memoria raccogliendo i pensieri e ricordi sul ventennale del genocidio di Srebrenica pubblicati nella settimana appena trascorsa.

Il primo ricordo è di Enisa Bukvić.

Sono passati vent'anni dal genocidio di Srebrenica.
Il dolore è rimasto lo stesso, forse è anche aumentato. Le madri, le sorelle e le figlie continuano a cercare i resti dei loro cari, uccisi durante il genocidio. Alcuni – i serbi bosniaci coinvolti in questa disumana vicenda – girano liberi per Srebrenica o nelle città vicine, incontrando spesso per strada le persone alle quali hanno ucciso i loro affetti più cari. Molti di questi criminali di guerra oggi lavorano nella polizia della Repubblica serba di Bosnia (Rs).
Recentemente, durante un viaggio nella Rs ho parlato del genocidio con alcune donne. Dicono che i musulmani bosniaci inventano i numeri dei morti. Negano tutto, così come a negare si affrettano i loro politici. E la Serbia sostiene tutto questo.
Finora sono stati identificati e sepolti nel Memoriale di Potočari poco più di 6.000 corpi grazie al lavoro fatto da esperti internazionali e locali, utilizzando avanzati test del Dna. Tutto certificato. Il genocidio di Srebrenica è riconosciuto a livello internazionale. Nonostante tutto, lo negano. Perché è così difficile accettare il genocidio, se è stato compiuto dalla propria comunità? Forse la popolazione della Rs si sente identificata con i criminali di guerra. E allora reagisce negando. È una possibilità.
Esiste anche una luce in questa vicenda. L'associazione Donne in nero di Belgrado cerca di risvegliare le coscienze dei serbi parlando apertamente del genocidio e unendosi all'associazione delle Madri di Srebrenica.
Credo che prima e poi i serbi bosniaci e i serbi dovranno accettare l’evidenza del genocidio di Srebrenica e tutto male compiuto in Bosnia dai criminali di guerra appartenenti alla loro comunità. È necessario per il bene delle future generazioni: voglio credere in questo.
Le responsabilità per il genocidio sono a carico della Rs, della Serbia e delle Nazioni Unite oltre che della comunità internazionale. Le Nazioni Unite avevano posto sotto la loro protezione questa enclave con la risoluzione 819. E invece i militari olandesi di stanza a Srebrenica nel luglio del 1995 hanno disarmato la popolazione musulmana promettendo sicurezza, poi sono rimasti a guardare il compiersi del genocidio. E nessuno ha mai pagato neanche per questo.

Continuiamo con Marco Travaglini.

Srebrenica, fine secolo
Ogni volta che torno da Srebrenica e da Potočari, porto con me le immagini del filmato che documenta lo sporco “lavoro” degli “Scorpioni”, delle truppe paramilitari d’assalto, delle milizie del boia Mladić. Si filmarono da soli, in preda a un delirio di onnipotenza, per testimoniare le loro nefandezze. Si vedono mentre inseguono i fuggiaschi nei boschi, puntando le armi su una fila di bosniaci disperati. Sanno cosa fare: prendono un uomo alla volta, lo portano in mezzo alla boscaglia, gli sparano. S’intuisce la loro richiesta prima di ogni esecuzione: “Guarda per terra”. Poter non guardare in faccia la propria vittima, hanno spiegato gli psicologi, è ciò che serve anche al più duro dei criminali per resistere allo stress di un genocidio. È una richiesta allucinante, come dire “ora ti sparo. Abbassa gli occhi e muori. Muori, ma non guardarmi”.
Le immagini scorrono nella fabbrica di batterie fredda e silenziosa, incollando gli sguardi allo schermo. Un silenzio che si fa ancora più assordante, spezzato di tanto in tanto da qualche rumore metallico (basta appoggiarsi o inciampare in qualche struttura per provocarlo e amplificarlo nel vuoto di questi enormi scatoloni di ferro e cemento). L’atmosfera è sempre pesante e la tensione diventa palpabile, densa. Un grumo di emozioni s’accumula e fatica a sciogliesi in uno stress emotivo. Viene il magone e in fondo è un atto liberatorio, un modo per espellere il veleno inoculato negli animi da queste immagini che non sono tratte da un film ma dalla testimonianza, diretta e cruda, di una realtà violenta e arrogante. Sembra di udire la voce profonda e un po’ rauca di Giovanni Lindo Ferretti. Ne immagino la faccia scavata, senza età mentre canta Memorie di una testa tagliata. Parole che fanno riflettere lì, a Srebrenica.
“Chi è che sa di che siamo capaci tutti, vanificato il limite oramai. Vanificato il limite, sotto occhi lontani, indifferenti e bui…Pomeriggio dolce assolato terso, sotto un cielo slavo del Sud. Slavo cielo del Sud non senza grazia”.
Un limite oltrepassato, calpestato, negato con un cinismo paragonabile solo alla pianificazione nazista dell’Olocausto. E tutto questo cinquant’anni dopo. Segno che la storia, troppe volte, non insegna niente, nonostante offra un infinità di occasioni su cui riflettere, da cui imparare. Quando si esce da quei capannoni è come s’uscisse da una tomba. Qui è il cuore della memoria rimossa dell’Europa, dove esiste un Islam europeo, ma è un’anomalia che disturba, nello schema dello scontro Oriente-Occidente.
Predrag Matvejević, scrittore e grande intellettuale balcanico, nato a Mostar, croato-bosniaco con cittadinanza italiana, un giorno scrisse: “Li hanno fatti fuori per questo. Sono una complessità intollerabile in un mondo fatto di bianco e nero. Oggi esiste solo l’Islam che spaventa. Dell’altro chi se ne frega. I musulmani dal volto umano al massimo si compatiscono, come quelli di Srebrenica. Chi se ne importa di un popolo che si fa massacrare e poi non mette nemmeno una bomba? E invece in Bosnia c’e un Islam europeo, che lascia le donne libere, le gonne corte, che accetta i matrimoni misti e quando c’è del buon vino lo beve, senza problemi. Una risorsa dimenticata, che si sarebbe potuta giocare contro i fondamentalisti”.
Pure e semplici verità che andrebbero considerate come antidoto al delirio del Califfato che preannuncia attacchi nei Balcani per “difendere i musulmani e terrorizzare gli infedeli”, richiamandosi proprio a Srebrenica.

Completiamo la settimana con il pensiero di Pierfrancesco Curzi.


Nell'abitato di Potočari, a due passi dalla fabbrica della morte e dalla spianata del pianto, in mezzo ad alcune case ridotte a ruderi, c'è un campo di calcetto. Spesso è occupato da bambini e ragazzini di varie età, impegnati a superarsi col pallone. Indossano maglie di squadre di calcio importanti, anche di italica origine. Di fronte, un piccolo negozio di alimentari e la fermata dell'autobus della linea che collega Srebrenica a Bratunac. La strada sale dolce verso la città termale, lascio l'auto a Potočari e, a piedi, raggiungo Srebrenica. Con calma, il tempo dalla mia parte. La pianura si fa campagna e di nuovo città, attraverso uno scenario noto. Reciproci saluti, l'offerta di un čaj o di un bicchiere d'acqua, l’ostacolo della lingua è solo parziale. L'ingresso a Srebrenica, il distributore sulla destra, quindi i primi palazzi, la stazione degli autobus, le baracche dei profughi ed ecco gli edifici restaurati di recente. Uno, di fianco alla sede del Comune, è diventato un hotel; quello di fronte fungeva da linea di mezzeria della strada, oggi ospita negozi, caffè e ristoranti. Salgo fino alla piazza principale, eccolo il caffè all'aperto, ricavato dentro un container, ricordo dei giorni dell'inferno. Sempre a piedi imbocco la stradina al suo fianco salendo ancora verso l'hotel Domavia, quanto meno i resti abbandonati dove vivono ancora dei poveri cristi. A monte, infine, dove la strada va a morire, la sede delle mitiche terme Guber. Nelle giornate di sole, è curioso farsi ombra grazie alla torre del minareto o al campanile della chiesa, un centinaio di metri l’una dall’altro. Simbologia stravolta di una convivenza perduta. Sta imbrunendo, decido di rientrare a Potočari. Appena fuori dal centro ecco la scuola con i campetti da basket, gli stessi dove, durante la guerra d’aggressione alla Bosnia e ai bosniaci, sono cadute le granate serbe, facendo strage di innocenti. Le nuove generazioni si divertono senza avere idea di cosa è accaduto lì vent'anni prima. È un piacere ascoltare le voci dei bambini al gioco, chiudere gli occhi e immaginarsi l’inferno di allora. Posso solo immaginare. E mentre, all'imbrunire, riprendo il cammino verso Potočari, stavolta in favorevole discesa, con fatica cerco di bloccare l'incedere di una lacrima. Sconfitta annunciata.

venerdì 3 luglio 2015

Un giorno a Srebrenica: #MeseDellaMemoria/03, di Pierfrancesco Curzi

"Nell'abitato di Potočari, a due passi dalla fabbrica della morte e dalla spianata del pianto, in mezzo ad alcune case ridotte a ruderi, c'è un campo di calcetto. Spesso è occupato da bambini e ragazzini di varie età, impegnati a superarsi col pallone. Indossano maglie di squadre di calcio importanti, anche di italica origine. Di fronte, un piccolo negozio di alimentari e la fermata dell'autobus della linea che collega Srebrenica a Bratunac. La strada sale dolce verso la città termale, lascio l'auto a Potočari e, a piedi, raggiungo Srebrenica. Con calma, il tempo dalla mia parte. La pianura si fa campagna e di nuovo città, attraverso uno scenario noto. Reciproci saluti, l'offerta di un čaj o di un bicchiere d'acqua, l’ostacolo della lingua è solo parziale. L'ingresso a Srebrenica, il distributore sulla destra, quindi i primi palazzi, la stazione degli autobus, le baracche dei profughi ed ecco gli edifici restaurati di recente. Uno, di fianco alla sede del Comune, è diventato un hotel; quello di fronte fungeva da linea di mezzeria della strada, oggi ospita negozi, caffè e ristoranti. Salgo fino alla piazza principale, eccolo il caffè all'aperto, ricavato dentro un container, ricordo dei giorni dell'inferno. Sempre a piedi imbocco la stradina al suo fianco salendo ancora verso l'hotel Domavia, quanto meno i resti abbandonati dove vivono ancora dei poveri cristi. A monte, infine, dove la strada va a morire, la sede delle mitiche terme Guber. Nelle giornate di sole, è curioso farsi ombra grazie alla torre del minareto o al campanile della chiesa, un centinaio di metri l’una dall’altro. Simbologia stravolta di una convivenza perduta. Sta imbrunendo, decido di rientrare a Potočari. Appena fuori dal centro ecco la scuola con i campetti da basket, gli stessi dove, durante la guerra d’aggressione alla Bosnia e ai bosniaci, sono cadute le granate serbe, facendo strage di innocenti. Le nuove generazioni si divertono senza avere idea di cosa è accaduto lì vent'anni prima. È un piacere ascoltare le voci dei bambini al gioco, chiudere gli occhi e immaginarsi l’inferno di allora. Posso solo immaginare. E mentre, all'imbrunire, riprendo il cammino verso Potočari, stavolta in favorevole discesa, con fatica cerco di bloccare l'incedere di una lacrima. Sconfitta annunciata".

Pierfrancesco Curzi

giovedì 2 luglio 2015

#MeseDellaMemoria: le parole di Marco Travaglini

"Srebrenica, fine secolo

Ogni volta che torno da Srebrenica e da Potočari, porto con me le immagini del filmato che documenta lo sporco “lavoro” degli “Scorpioni”, delle truppe paramilitari d’assalto, delle milizie del boia Mladić. Si filmarono da soli, in preda a un delirio di onnipotenza, per testimoniare le loro nefandezze. Si vedono mentre inseguono i fuggiaschi nei boschi, puntando le armi su una fila di bosniaci disperati. Sanno cosa fare: prendono un uomo alla volta, lo portano in mezzo alla boscaglia, gli sparano. S’intuisce la loro richiesta prima di ogni esecuzione: “Guarda per terra”. Poter non guardare in faccia la propria vittima, hanno spiegato gli psicologi, è ciò che serve anche al più duro dei criminali per resistere allo stress di un genocidio. È una richiesta allucinante, come dire “ora ti sparo. Abbassa gli occhi e muori. Muori, ma non guardarmi”.
Le immagini scorrono nella fabbrica di batterie fredda e silenziosa, incollando gli sguardi allo schermo. Un silenzio che si fa ancora più assordante, spezzato di tanto in tanto da qualche rumore metallico (basta appoggiarsi o inciampare in qualche struttura per provocarlo e amplificarlo nel vuoto di questi enormi scatoloni di ferro e cemento). L’atmosfera è sempre pesante e la tensione diventa palpabile, densa. Un grumo di emozioni s’accumula e fatica a sciogliesi in uno stress emotivo. Viene il magone e in fondo è un atto liberatorio, un modo per espellere il veleno inoculato negli animi da queste immagini che non sono tratte da un film ma dalla testimonianza, diretta e cruda, di una realtà violenta e arrogante. Sembra di udire la voce profonda e un po’ rauca di Giovanni Lindo Ferretti. Ne immagino la faccia scavata, senza età mentre canta Memorie di una testa tagliata. Parole che fanno riflettere lì, a Srebrenica.
“Chi è che sa di che siamo capaci tutti, vanificato il limite oramai. Vanificato il limite, sotto occhi lontani, indifferenti e bui…Pomeriggio dolce assolato terso, sotto un cielo slavo del Sud. Slavo cielo del Sud non senza grazia”.
Un limite oltrepassato, calpestato, negato con un cinismo paragonabile solo alla pianificazione nazista dell’Olocausto. E tutto questo cinquant’anni dopo. Segno che la storia, troppe volte, non insegna niente, nonostante offra un infinità di occasioni su cui riflettere, da cui imparare. Quando si esce da quei capannoni è come s’uscisse da una tomba. Qui è il cuore della memoria rimossa dell’Europa, dove esiste un Islam europeo, ma è un’anomalia che disturba, nello schema dello scontro Oriente-Occidente.
Predrag Matvejević, scrittore e grande intellettuale balcanico, nato a Mostar, croato-bosniaco con cittadinanza italiana, un giorno scrisse: “Li hanno fatti fuori per questo. Sono una complessità intollerabile in un mondo fatto di bianco e nero. Oggi esiste solo l’Islam che spaventa. Dell’altro chi se ne frega. I musulmani dal volto umano al massimo si compatiscono, come quelli di Srebrenica. Chi se ne importa di un popolo che si fa massacrare e poi non mette nemmeno una bomba? E invece in Bosnia c’e un Islam europeo, che lascia le donne libere, le gonne corte, che accetta i matrimoni misti e quando c’è del buon vino lo beve, senza problemi. Una risorsa dimenticata, che si sarebbe potuta giocare contro i fondamentalisti”.
Pure e semplici verità che andrebbero considerate come antidoto al delirio del Califfato che preannuncia attacchi nei Balcani per “difendere i musulmani e terrorizzare gli infedeli”, richiamandosi proprio a Srebrenica".


Marco Travaglini

mercoledì 1 luglio 2015

Pensieri per #Srebrenica2015: luglio #MeseDellaMemoria

Con questo pensiero di Enisa Bukvić inauguriamo una rubrica che durerà per l’intero mese di luglio, il cui scopo è fare memoria attraverso il ricordo del genocidio di Srebrenica, delle sue vittime, dei suoi carnefici.
Nonostante la programmazione sia al completo, come avvenne lo scorso anno siamo aperti a vostri pensieri e ricordi, che saranno pubblicati in agosto, prolungando volentieri la programmazione della rubrica.
Nessuno spazio sarà dato a negazionisti, cafoni e cialtroni di ogni appartenenza nazionale e religiosa, le cui eventuali contumelie saranno girate immediatamente alla Polizia postale per le denunce del caso.

Sono passati vent'anni dal genocidio di Srebrenica.
Il dolore è rimasto lo stesso, forse è anche aumentato. Le madri, le sorelle e le figlie continuano a cercare i resti dei loro cari, uccisi durante il genocidio. Alcuni – i serbi bosniaci coinvolti in questa disumana vicenda – girano liberi per Srebrenica o nelle città vicine, incontrando spesso per strada le persone alle quali hanno ucciso i loro affetti più cari. Molti di questi criminali di guerra oggi lavorano nella polizia della Repubblica serba di Bosnia (Rs).
Recentemente, durante un viaggio nella Rs ho parlato del genocidio con alcune donne. Dicono che i musulmani bosniaci inventano i numeri dei morti. Negano tutto, così come a negare si affrettano i loro politici. E la Serbia sostiene tutto questo.
Finora sono stati identificati e sepolti nel Memoriale di Potočari poco più di 6.000 corpi grazie al lavoro fatto da esperti internazionali e locali, utilizzando avanzati test del Dna. Tutto certificato. Il genocidio di Srebrenica è riconosciuto a livello internazionale. Nonostante tutto, lo negano. Perché è così difficile accettare il genocidio, se è stato compiuto dalla propria comunità? Forse la popolazione della Rs si sente identificata con i criminali di guerra. E allora reagisce negando. È una possibilità.
Esiste anche una luce in questa vicenda. L'associazione Donne in nero di Belgrado cerca di risvegliare le coscienze dei serbi parlando apertamente del genocidio e unendosi all'associazione delle Madri di Srebrenica.
Credo che prima e poi i serbi bosniaci e i serbi dovranno accettare l’evidenza del genocidio di Srebrenica e tutto male compiuto in Bosnia dai criminali di guerra appartenenti alla loro comunità. È necessario per il bene delle future generazioni: voglio credere in questo.
Le responsabilità per il genocidio sono a carico della Rs, della Serbia e delle Nazioni Unite oltre che della comunità internazionale. Le Nazioni Unite avevano posto sotto la loro protezione questa enclave con la risoluzione 819. E invece i militari olandesi di stanza a Srebrenica nel luglio del 1995 hanno disarmato la popolazione musulmana promettendo sicurezza, poi sono rimasti a guardare il compiersi del genocidio. E nessuno ha mai pagato neanche per questo.

Enisa Bukvi

martedì 23 giugno 2015

Il grande cuore dei bosniaci: Miralem Pjanić e Srebrenica vent'anni dopo

Srebrenica, l’11 luglio del 1995. Oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.
Abbiamo chiesto al calciatore della Nazionale della Bosnia Erzegovina Miralem Pjanić di parlarci dei suoi ricordi di quegli anni.
Quando è scoppiata la guerra in Bosnia avevi due anni, quando è ter­minata ne avevi cinque. Impossibile ricordare direttamente, dunque. Hai trascorso quegli anni, e quelli del dopoguerra, all’estero. Durante la tua crescita, nella tua famiglia, si parlava della guerra? In altre pa­role, quando hai “scoperto” cosa era successo nel tuo Paese durante gli anni della tua infanzia? E che impressione ti ha fatto?
Non ho ricordi della guerra, sono andato via dalla Bosnia nel 1991 e sono tornato per la prima volta nel 1996. Ricordo che i tank a distanza di anni passavano ancora in città per rassicurare la gente… Ero piccolo e impressionato, quando sono cresciuto ho appreso meglio le vicende della storia, è stata una cosa bruttissi­ma, è morta tanta gente. Mi raccontano spesso del genocidio di Srebrenica, una storia molto triste. Un giorno andrò a Srebrenica per vedere e sentire.
Hai giocato con la nazionale Under 18 del Lussemburgo e, in teoria, avresti potuto prendere cittadinanza francese (eri arrivato al Metz an­cora minorenne) e sicuramente saresti diventato una colonna di quella nazionale. Cosa ti ha spinto a giocare nella “tua” nazionale?
È vero, avevo la possibilità di giocare sia per la Francia sia per il Lussemburgo. Ma a spingermi è stato il mio cuore. Sognavo di aiutare il mio Paese a diventare calcisticamente forte come gli altri. Volevo che si parlasse bene della Bosnia. Volevo donare un sorriso alla gente. La gente bosniaca ha sofferto tanto. I calciatori sono amati e ogni volta che vengo chiamato do il massimo per vincere. Penso e spero che i tifosi possano dimenticare per qualche ora i problemi della quotidianità e divertirsi un po’, quando giochiamo.
Della nazionale della Bosnia Erzegovina fanno parte calciatori ap­partenenti alle diverse comunità del Paese. Come sono i rapporti perso­nali? Il tema di una guerra terminata meno di vent’anni fa influisce? Avete mai parlato di Srebrenica?
Lo sport unisce le persone. È così anche da noi, non c’è mai stato nessun problema. Tutti coloro che vengono a giocare per la Bosnia sono i benvenuti. L’unica cosa che conta è che vogliano il bene della Nazionale. Onestamente non parliamo troppo di quello che è accaduto. Ogni tanto ascoltiamo i racconti di qualche giocatore cresciuto in Bosnia durante la guerra. Non deve essere stato facile per loro…
La Federazione bosniaca ha mai organizzato iniziative per ricordare le vittime della guerra come per esempio visitare il memoriale di Potočari o incontrare le donne di Srebrenica? Pensi sarebbe una cosa positiva?
La Federazione deve occuparsi principalmente di calcio, ma se c’è l’occasione di aiutare la gente che ne ha bisogno, sicuramente è una cosa positiva. L’iniziativa deve partire da noi. Da parte mia, sento il desiderio di conoscere le persone che hanno vissuto tutto ciò. In futuro lo farò di sicuro.
Credi che una Nazionale che ha sicuramente un grande futuro da­vanti possa favorire la definitiva pacificazione nazionale in Bosnia Erzegovina?
Non posso saperlo. Noi in ogni caso faremo sempre il massimo per il nostro Paese, certo non è semplice andare oltre lo sport e fare di più. La cosa più importante è che la situazione si stabilizzi e che la gente abbia lavoro, che possa mangiare.
Vivendo all’estero, prima in Lussemburgo, poi in Francia e ora in Italia, che idea hai del tuo Paese e del periodo che sta attraversando?
Il mio Paese non versa sicuramente in una condizione economica come quella degli altri Paesi in cui ho vissuto, però ogni volta che torno in Bosnia noto che le cose pian piano migliorano. I bosniaci hanno un cuore grande e meritano un futuro positivo. Spero dav­vero che andrà sempre meglio. Io continuerò a fare il massimo per aiutare il mio Paese.
Il testo di Pjanić è raccolto interamente in Srebrenica. La giustizia negata, il lavoro di Riccardo Noury e Luca Leone i quali penetrano nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nel vuoto totale di giustizia che ha seguito il genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.

martedì 26 maggio 2015

26 MAGGIO 2011, L'ARRESTO DI RATKO MLADIC

Martedì 26 maggio ricorre il quarto anniversario dell’arresto di Ratko Mladić, generale e capo di stato maggiore dell’esercito dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia (Rs) durante la guerra del 1992-1995. Mladić era stato fermato dopo 16 anni di latitanza nel villaggio di Lazarevo, nel nord della Serbia e, nonostante fosse ricercato dal Tribunale per i crimini di guerra nell'ex-Jugoslavia (Tpi) con le accuse di genocidio, crimini contro l'umanità, violazione delle leggi di guerra durante l'assedio di Sarajevo e per il genocidio di Srebrenica, godeva della protezione e persino della pensione militare da parte dello Stato serbo.
Il processo di primo grado presso il Tpi è ancora in corso e si auspica che il verdetto possa arrivare entro la fine del 2015. Al momento, è previsto che il Tpi chiuda i suoi lavori alla fine del 2017.
Lo stupro etnico, una delle colpe di cui si è macchiata la soldataglia agli ordini di Mladic, viene raccontato in questo breve brano tratto da “Srebrenica. La giustizia negata” di Luca Leone e Riccardo Noury.
“Tra il 2005 e il 2014, i tribunali locali hanno esaminato solo cin­quanta casi di stupro. Un numero irrisorio. La giustizia è dunque una chimera. Nonostante sia ciò da cui poter davvero ripartire. Lo spiega bene ‘Aida’: “Il mio più grande desiderio è che lo arrestino. In quel momento sarò felice. Non riesco a vivere normalmente finché non accade. Quella persona è responsabile di tutto ciò che di negativo è accaduto nella mia vita. È entrato in casa nostra. Mi ha presa davanti ai miei genitori e mi ha portato in una stanza dove mi ha violentata. Poi ha legato le mani di mio padre con un laccio e lo ha portato via. Infine, ha incendiato la nostra abita­zione. Ogni giorno è peggio. Non riesco a cancellare niente dalla mia memoria, se non lo arrestano”.
Secondo Luca Leone, autore di ben sette libri (sei dei quali per la Infinito edizioni) sulla Bosnia Erzegovina, due dei quali dedicati al genocidio di Srebrenica (“Srebrenica. I giorni della vergogna” e “Srebrenica. La giustizia negata”), “è difficile, se non impossibile, pensare al momento che entro il dicembre del 2017 si arrivi alla lettura della sentenza di secondo grado nel processo contro Mladić. Il pessimismo deriva dal fatto che il procedimento contro l’altro grande accusato, l’ex presidente serbo-bosniaco Radovan Karadžić, è in corso da ormai sette anni e non si è ancora arrivati a sentenza di primo grado. La condanna di Mladić sembrerebbe scontata, viste anche le due sentenze del Tpi (2001 e 2004) ai danni del numero due a Srebrenica di Mladić, ovvero Radislav Krstić, condannato sia in primo che in secondo grado (prima a 46, poi a 35 anni di reclusione) per il genocidio di Srebrenica. È però difficile poter avere certezze al momento sulla condanna di Mladić poiché la giurisprudenza del Tpi ultimamente sembra cambiata nel senso di attribuire il grosso delle responsabilità a chi fece le scelte politiche, sgravando, incredibilmente, di colpe gli esecutori militari e materiali di quelle decisioni. Per questo e per tanti altri motivi la condanna di Mladić, che pure sembra una formalità, non potrà essere data per scontata fintantoché non si arrivi a sentenza di secondo grado. Ma, ripeto, è impensabile, al momento, che questo avvenga entro la fine del 2017. E se la parola dovesse passare ai tribunali bosniaci è probabile che giustizia, visto lo stato pietoso in cui versa la giustizia in Bosnia Erzegovina, non sarà mai fatta”.

lunedì 11 maggio 2015

Srebrenica. La giustizia negata

Infinito edizioni – nuovo in libreria
 (€ 13 – pag. 128)

di Luca Leone e Riccardo Noury
prefazione di Moni Ovadia, introduzione di Irfanka Pašagić
postfazione di Silvio Ziliotto, con un contributo di Miralem Pjanić
Il genocidio a due passi da casa nei superstiti che cercano giustizia e nelle coscienze di un’Europa troppo spesso distratta e indifferente
Srebrenica, Bosnia Erzegovina, 11 luglio 1995: oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.
Quattro lustri dopo, rimane un profondo senso di ingiustizia e di impotenza nei sopravvissuti e un pericoloso messaggio di impunità per i carnefici di allora, in buona parte ancora a piede libero e considerati da alcuni persino degli “eroi”.
Questo libro è un reportage nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nel vuoto totale di giustizia che ha seguito il genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.
“Lo sconvolgente volume di Riccardo Noury e Luca Leone Srebrenica. La giustizia negata, ci mostra che la comunità internazionale e le vaste maggioranze delle nostre società, sono segnate da un tragico fallimento perché se i sopravvissuti al genocidio di Srebrenica e i familiari dei trucidati, delle donne stuprate, dei torturati e fatti a pezzi, non trovano giustizia e pace a distanza di vent’anni e se atrocità di simile portata si sono prodotte nelle terre della ex Jugoslavia che conobbe nelle sue forme più brutali la ferocia dei nazisti e dei fascisti, ci troviamo di fronte alla bancarotta morale dell’intero Occidente in primis, in particolare dell’Europa comunitaria pavida e opportunista, nonché dell’Onu, imbelle e impotente”. (Moni Ovadia)
“Luca Leone e Riccardo Noury sanno quanto sia importane raccontare ciò che è stato fatto a Srebrenica e quanto sia vitale che anche gli altri, più persone possibile, sentano e facciano qualcosa affinché finalmente avvenga quello che le Donne di Srebrenica da anni chiedono durante le loro proteste non violente, che si svolgono l’11 di ogni mese a Tuzla: ‘Noi vogliamo verità e giustizia, e vogliamo condanne per i criminali’”. (Irfanka Pašagić)
“Il popolo bosniaco va accompagnato e aiutato verso quell’Europa che qui ha dimenticato a lungo le sue carte dei diritti e da qui deve ripartire in un cammino, arduo ma possibile, di pace e giustizia”. (Silvio Ziliotto)
“I bosniaci hanno un cuore grande e meritano un futuro positivo. Spero davvero che andrà sempre meglio. Io continuerò a fare il massimo per aiutare il mio Paese”. (Miralem Pjanić)

venerdì 8 maggio 2015

Macerata Racconta e Trento Film Festival per il weekend!

Ecco i grandi eventi del weekend.

Dal 9 al 10 maggio saremo a Macerata Racconta all'interno di Fiera editoria Marche Libri.
 Luca Leone sarà presente al nostro stand con tutti i classici Infinito edizioni e il suo nuovissimo libro Srebrenica. La giustizia negata, scritto con Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International.
Se siete nei paraggi o volete approfittarne per una gita marchigiana approfittatene!

Il 9 maggio mattina, invece, per chi vuole respirare aria buona di montagna e cultura, all'interno del programma di Trento Film Festival, sezione Emozioni tra le pagine, gli autori Dario Ricci e Daniele Nardi presenteranno il loro libro La migliore gioventù. Vita, trincee e morte degli sportivi italiani nella Grande Guerra.

Ora e luogo: alle 11 presso la Sala Conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Via Garibaldi 33.

Non mancate, vi aspettiamo!

giovedì 16 aprile 2015

Srebrenica. The Days of Shame, finally in English

Srebrenica represents a dark and painful chapter in late twentieth-century European history. Here, a still unknown number of Bosnian Muslim citizens were tortured and killed in July 1995. About 8.500 deaths have so far been confirmed, but survivors say 10.701 people died as a result of the blind and racist violence of the Bosnian Serb army led by Ratko Mladic’ and mainly Serb paramilitary forces, as the Dutch UN Peacekeepers and, with them, the entire international community, stood by and did nothing. Srebrenica has been defined ‘genocide’ by various international rulings, the first of which was handed down in April 2004. However, today some people continue to deny what happend, even in the knowledge that they are lying. “Srebrenica. The Days ofShame” is the first book ever published in Italy about this genocide, the first in Europe since the Holocaust. This is the fourth edition of the book, updated following the capture of Mladic’ (May 2011) and his consignment to the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY).  

“There are no mitigating circumstances for Mladić’s full responsibility in the Srebrenica genocide, but the trial of the former general can shed light on the truth and clarify any co-responsibilities for what is and will always remain one of the most dramatic pages in the history of crime in modern and democratic Europe.About the full responsibility of Mladic’ in the genocide of Srebrenica there aren’t mitigating, but the process against the ex-general could shed light on the truth and clarify any co-responsibility in a fact that is and will always remain, one of the most dramatic pages of criminal acts in the modern and democratic Europe.” (Carla Del Ponte, ex Chief Prosecutor of the International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia)


“When my friend and great human rights activist Luca Leone wrote the first edition of this book commemorating the Srebrenica genocide he, I and many others hoped that the days of shame would be just that – a matter of 'days'. That truth and justice would be served quickly. From one edition to the next  the 'days' have become 'years’ of shame: those up to now, to which the three years prior to 1995 should be added.” (Riccardo Noury, Spokesman for Amnesty International Italy).

mercoledì 19 novembre 2014

Ottima recensione su Critica Letteraria



Ancora un'ottima recensione firmata Critica Letteraria, nella fattispecie scritta dall'abilissima penna di Mattia Nesto. Ringraziamo tutta la redazione di un sito e account social che svolge un'ottimo lavoro di lettura e recensione.
Vi offriamo di seguito l'incipit dell'articolo.
Buona lettura a tutti!

"Provate a dire alle donne, alle madri, alle sorelle e alle figlie di Srebrenica che la guerra è finita, che i colpevoli sono stati assicurati alla giustizia, che il dolore provato e subito dovrà essere, d’ora in avanti, coniugato al passato. Provate a dire ai ragazzi e ai giovani uomini che nell’afoso luglio del 1995 erano poco più che bambini che gli assassini dei loro genitori, dei loro fratelli e dei loro amici hanno subito regolare processo e d’ora in poi pagheranno per i crimini commessi. Andate a dire agli essere umani che erano a Srebenica dal 1993 al 1995, “il più grande lager del mondo”, che i giorni della vergogna sono terminati per sempre: nessuno di loro vi crederà, vi diranno che le ferite non sono state curate, che i colpevoli non sono stati trovati (volutamente non sono stati trovati) e che il dolore, almeno a Srebenica, la città d’argento, non è mai finito..."

Continua la lettura su questo link

Stay tuned
-Infinito edizioni-

venerdì 24 ottobre 2014

Intervista a Luca Leone su I bastardi di Sarajevo 
by @Piacerescrivere


Alla vigilia della prima presentazione del nuovo libro di Luca Leone I bastardi di Sarajevo è stata pubblicata un'intervista fantastica, firmata ancora una volta da Il paicere di scrivere, ditetro cui si cela la saggia penna di Annarita Faggioni.
Ringraziamo per le domande assolutamente originali, toste e ricche di spunti, ai quali il nostro Luca Leone non ha saputo resistere, rispondendo con gusto e molto piacere...di scrivere appunto!
Per chi volesse leggere l'intervista potrà cliccare su questo link.
Buona lettura e buon fine settimana a tutti!

 Se domani siete a Milano o nelle vicinanze venite a trovarci alla Libreria Paoline di via Francesco Albani,21 alle 18,30! Incontrerete l'autore, che dopo la presentazione del libro sarà disponibile per dediche e autografi.

Vi aspettiamo!

-Stay tuned-
Infinito edizioni

giovedì 17 maggio 2012

Infinito edizioni – Nuovo in libreria

(pag. 170, € 14,00)

di Elvira Mujčić
prefazione di
Jasmina Tešanović


Ana, la protagonista di questa vicenda, è un’adolescente moldova catapultata in Italia che improvvisamente si rende conto di non sapersi esprimere totalmente né in italiano né in moldavo.

“C’è un detto secondo cui un uomo che parla due lingue vale due uomini. E quello che parla metà di una e metà di un'altra, vale un uomo? O ne vale mezzo?”, si chiede Ana, un’adolescente moldova catapultata in Italia, nel momento in cui si rende conto di non sapersi esprimere totalmente né in italiano né in moldavo.

Protagonista di questo libro è la lingua con il suo potere evocativo e al contempo alienante; la lingua che accoglie e respinge. L’incapacità di esprimersi si tramuta in difficoltà di esistere, ma con la possibilità di reinventarsi.

Ana vive passo dopo passo il doloroso passaggio da una lingua all’altra, che non è un semplice cambio di simboli e significati, ma è una ricerca emozionale tra le ibridazioni dell’Io.

“Forse non parlare e non capire una lingua è un po’ come perdere uno dei cinque sensi. O forse, più probabilmente, è come perdere un pochino di ogni senso. Come se la realtà fosse percepita solo a metà e il resto andasse perso nella confusione. Inoltre, il mio non voler parlare era anche il mio non voler vivere qui, non volermi interessare di nulla e lasciare che il mondo se ne andasse per i fatti suoi, senza che io ne dovessi fare parte…”.

“Crescere sradicati, in un altro Paese, alieno, in una lingua sconosciuta, più che problemi umani provoca problemi sovrumani, extraterrestri.. Il dramma della lingua, delle parole nascita e rinascita è antico quanto l’essere umano. Domare la lingua è come cavalcare un cavallo selvaggio. È difficile per tutti, ma ancor più per le donne, per le donne straniere, che scrivono nella lingua non materna. Elvira è riuscita a farmi stringere il cuore, come ha fatto Elsa Morante a darmi quell’energia extra: tutt’e due con il virus della parola nomade, che si trasmette da una lingua all’altra. La lingua è contagiosa, attenti, tutti voi che prendete in mano i libri di letteratura! Mordono!”. (Jasmina Tešanović)

L’autrice
ELVIRA MUJČIĆ è nata in Serbia nel 1980; è vissuta a Srebrenica, in Bosnia, fino al 1992, quando ha iniziato il suo girovagare per stabilirsi, infine, a Roma.
Laureata in Lingue e letterature straniere, scrittrice e traduttrice letteraria, ha scritto pezzi teatrali, saggi e reportage per diverse riviste italiane.
Per i tipi di Baldini, Castoldi & Dalai ha tradotto in italiano Il letto di Frida di Slavenka Drakulić. Con Infinito edizioni ha pubblicato Al di là del caos (2007), E se Fuad avesse avuto la dinamite? (2009) e l’e-book Sarajevo: la storia di un piccolo tradimento (2011).

Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918