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sabato 11 luglio 2015

Non cadere vittime del revisionismo, Roccardo Noury per Srebrenica

Ci hanno ricordato, negli ultimi nove anni, che gli anniversari "tondi" sono quelli utili, nel mondo dell'informazione, per ricordare i crimini del passato. Ce lo avevano detto anche nei nove anni precedenti il 2005. Allora, non lasciamo passare invano il ventesimo anniversario del genocidio più veloce della storia. Anche perché, per il tempo che verrà il trentesimo, l'opera dei revisionisti si sarà completata. Apprenderemo allora, per assurdo, che Srebrenica era una “zona contesa” e non una “zona protetta”, che il memoriale di Potočari è stato il set di una fiction e che gli ultranazionalisti serbo-bosniaci e serbi sono stati perseguitati dalla giustizia internazionale. 
Riccardo Noury
Portavoce
Amnesty International Italia

martedì 7 luglio 2015

"Vent’anni dopo Srebrenica, ancora “scomparsi” in Bosnia", Paolo Pignocchi per #MeseDellaMemoria/05

Vent’anni dopo Srebrenica, ancora “scomparsi” in Bosnia
Di nuovo un anniversario, di nuovo il dovere morale di ricordare affinché questo non accada più; di nuovo eventi da organizzare per coinvolgere la distratta opinione pubblica. A vent’anni dal genocidio come raccontarlo oggi che la memoria sfuma, come rendere attuale e rivivere quelle ferite, quegli scomparsi che il mondo dimentica così facilmente?
Come?
Per noi è una ferita aperta che solo il completamento del percorso della giustizia nei confronti dei colpevoli riuscirà a lenire. È una ferita che si apre ogni anno, come una questione mai risolta. Guardo il mare dalla finestra e penso che è lo stesso mare, un piccolo mare, attraverso il quale si arriva in Bosnia, che divide noi da loro, il nostro dolore da quello eterno delle madri e figlie di Srebrenica, dalle nostre colpe. Un piccolo tratto d’acqua che non ci ha permesso di fermare questo e altri genocidi.
Le famiglie delle oltre 8.000 persone uccise nel genocidio di Srebrenica attendono ancora giustizia e riparazione, mentre presunti responsabili continuano a vivere nelle stesse comunità delle loro vittime e dei loro familiari. In Bosnia Erzegovina, questo è un momento molto sentito  per commemorare le vittime del genocidio, ma anche tutti coloro che furono uccisi e che scomparvero durante la guerra in Bosnia del 1992-‘95. Una risoluzione del Parlamento Europeo ha sancito ufficialmente l’11 luglio come Giornata di Commemorazione del genocidio in tutta l'Unione europea.
Fra il 10 e l’11 luglio 1995, sul finire della guerra in Bosnia Erzegovina, le forze serbo-bosniache attaccarono l'enclave di Srebrenica, dichiarata "zona protetta" dalle Nazioni unite in cui migliaia di musulmani bosniaci avevano trovato rifugio. Dopo la presa di Srebrenica, i militari separarono dal resto della popolazione per poi uccidere deliberatamente almeno 8.000 uomini e ragazzi bosniaco-musulmani (le stime ufficiali parlano di 8.372), seppelliti in fosse comuni sparse per centinaia di chilometri; molti di questi corpi non sono ancora stati ritrovati.
Quanto successo a Srebrenica vent’anni fa è stato descritto come la peggiore atrocità commessa in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ed è stato riconosciuto come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia e dalla Corte Internazionale di Giustizia. 
Alcuni dei responsabili dei crimini commessi a Srebrenica, compresi l’ex leader serbo bosniaco Radovan Karadzic e il generale serbo bosniaco Ratko Mladic, sono comparsi davanti al Tribunale per rispondere delle accuse a loro rivolte. La mancanza di “volontà politica” – dichiarò Carla Del Ponte, ex Procuratore Capo del Tribunale per i Crimini di guerra nella ex Jugoslavia, – non ha permesso di arrestarli molto tempo prima. La Corte di Stato della Bosnia Erzegovina continua a perseguire i crimini di diritto internazionale commessi durante la guerra. Tuttavia, gli attacchi verbali contro il sistema giudiziario e la negazione di questi crimini, compreso il genocidio di Srebrenica, da parte di politici del Paese e intellettuali, minano gli sforzi per indagare e perseguire i presunti autori di questi reati e continuano a vanificare il diritto delle vittime alla giustizia, alla verità e alla riparazione. 
La guerra si concluse quasi vent’anni fa nel dicembre 1995 ma, secondo gli ultimi dati, oltre 8.000 persone sono ancora disperse nel Paese, dalla fine della guerra. Ciò equivale a un’"altra" Srebrenica. Il destino e la sorte di queste persone scomparse, non è stato chiarito, e i loro familiari non hanno avuto accesso alla verità, alla giustizia e alla riparazione.
Una legge sulle persone “scomparse” in Bosnia Erzegovina è stata adottata nell’ottobre 2004, nulla però è stato fatto fatto per dare seguito al provvedimento. Chiediamo che la Bosnia Erzegovina non interrompa la ricerca e l’identificazione delle persone scomparse in tutto il territorio nazionale. La legge del 2004 riconosce i diritti sociali ed economici delle famiglie delle persone scomparse e obbliga lo Stato a creare un Fondo per il sostegno delle famiglie degli scomparsi. Il Fondo avrebbe dovuto essere attivo entro 30 giorni dalla legge entrata in vigore nel 2004.
Nel marzo 2012, la Bosnia Erzegovina ha ratificato la Convenzione Internazionale per la protezione di tutte le persone dalle “sparizioni forzate”. Nell’agosto 2014, la Bosnia Erzegovina ha firmato una dichiarazione evidenziando la responsabilità delle autorità statali per affrontare il problema degli scomparsi e la necessità di garantire che i meccanismi e i metodi utilizzati siano conformi alle norme sui diritti umani. Al di là delle dichiarazioni politiche e della ratifica della Convenzione Internazionale, lo Stato della BiH ha omesso di fornire misure concrete per alleviare il dolore e la sofferenza delle vittime.
Gli attivisti e le attiviste di Amnesty International non dimenticano e continueranno a ricordare a tutti che solo la fine dell’impunità e il riconoscimento delle violazioni subite possono assicurare una pace vera. Nei giorni del 10 e 11 luglio, in particolare tutto il mondo di Amnesty, insieme a chi vorrà farlo insieme a noi ricorderà i morti di Srebrenica con veglie, flashmob, eventi in ricordo.

Paolo Pignocchi
Amnesty International Sezione Italiana
Vice-Presidente

domenica 5 luglio 2015

Il genocidio di Srebrenica, una riflessione di Riccardo Noury di Amnesty International

Srebrenica, l’11 luglio del 1995. Oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.
Vent’anni dopo Riccardo Noury e Luca Leone entrano con Srebrenica. La giustizia negata nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nel vuoto totale di giustizia che ha seguito il genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.
Pubblichiamo un estratto tratto dal libro di Riccardo Noury e Luca Leone che fornisce una chiave di lettura dei fatti di allora. Il testo è liberamente utilizzabile dalla stampa citando la fonte © Infinito edizioni – 2015.

“C’è un’altra ragione che spiega il distacco emotivo da Srebrenica, il ridimensionamento del genocidio a un fatto non eccezionale e controverso di guerra. Quella ragione è il modo in cui oggi vediamo l’Islam.
All’inizio degli anni Novanta, l’Islam non era ancora il “nemico”. Non lo era più il comunismo. Erano anni in cui identificare vittime e carnefici era chiaro e non c’era bisogno di contaminare i senti­menti con le fobie.
L’islamofobia era prevalentemente confinata all’interno di gruppi religiosi tradizionalisti. Sarajevo era la città perfetta, in cui quattro religioni monoteistiche convivevano. Era la Gerusalemme realizza­ta, mentre lì partiva la seconda intifada.
L’11 settembre 2001 è stato lo spartiacque. Da quel giorno, ogni ragionamento su una religione praticata da circa un miliardo e mezzo di persone nel mondo è stato raso al suolo in nome della sua identificazione, del suo schiacciamento sulle azioni di gruppi che all’Islam si richiamano: i talebani, la rete del terrore qaedista, e via via i ribelli libici, i Fratelli musulmani, il Fronte al-Nusra, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante e ora lo Stato islamico tour court.
L’Europa si è fatta divorare dall’islamofobia, col contributo nient’affatto trascurabile di criminali efferati, come quelli che a Parigi “per vendicare il profeta” hanno compiuto una strage il 7 gen­naio 2015 nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, replicata il giorno dopo in un supermercato kosher.
Resta il fatto che un velo, un kebab, una moschea, una barba sono diventati il bersaglio delle leggi, dello stigma, del sospetto. A Sarajevo si è iniziata a vedere qualche donna velata. In nome dell’i­slamofobia, si è rimesso tutto in discussione. Come per certe per­sone era meglio Bashar el-Assad rispetto all’Isis, era meglio Mladić rispetto ai musulmani bosniaci.
L’elenco infinito degli uccisi di Srebrenica è stato riletto con que­sta filigrana fobica, e via via quegli uomini, quei ragazzi, sono di­ventati sempre meno europei, sempre meno slavi, sempre meno bosniaci e sempre più musulmani.”

lunedì 11 maggio 2015

Srebrenica. La giustizia negata

Infinito edizioni – nuovo in libreria
 (€ 13 – pag. 128)

di Luca Leone e Riccardo Noury
prefazione di Moni Ovadia, introduzione di Irfanka Pašagić
postfazione di Silvio Ziliotto, con un contributo di Miralem Pjanić
Il genocidio a due passi da casa nei superstiti che cercano giustizia e nelle coscienze di un’Europa troppo spesso distratta e indifferente
Srebrenica, Bosnia Erzegovina, 11 luglio 1995: oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.
Quattro lustri dopo, rimane un profondo senso di ingiustizia e di impotenza nei sopravvissuti e un pericoloso messaggio di impunità per i carnefici di allora, in buona parte ancora a piede libero e considerati da alcuni persino degli “eroi”.
Questo libro è un reportage nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nel vuoto totale di giustizia che ha seguito il genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.
“Lo sconvolgente volume di Riccardo Noury e Luca Leone Srebrenica. La giustizia negata, ci mostra che la comunità internazionale e le vaste maggioranze delle nostre società, sono segnate da un tragico fallimento perché se i sopravvissuti al genocidio di Srebrenica e i familiari dei trucidati, delle donne stuprate, dei torturati e fatti a pezzi, non trovano giustizia e pace a distanza di vent’anni e se atrocità di simile portata si sono prodotte nelle terre della ex Jugoslavia che conobbe nelle sue forme più brutali la ferocia dei nazisti e dei fascisti, ci troviamo di fronte alla bancarotta morale dell’intero Occidente in primis, in particolare dell’Europa comunitaria pavida e opportunista, nonché dell’Onu, imbelle e impotente”. (Moni Ovadia)
“Luca Leone e Riccardo Noury sanno quanto sia importane raccontare ciò che è stato fatto a Srebrenica e quanto sia vitale che anche gli altri, più persone possibile, sentano e facciano qualcosa affinché finalmente avvenga quello che le Donne di Srebrenica da anni chiedono durante le loro proteste non violente, che si svolgono l’11 di ogni mese a Tuzla: ‘Noi vogliamo verità e giustizia, e vogliamo condanne per i criminali’”. (Irfanka Pašagić)
“Il popolo bosniaco va accompagnato e aiutato verso quell’Europa che qui ha dimenticato a lungo le sue carte dei diritti e da qui deve ripartire in un cammino, arduo ma possibile, di pace e giustizia”. (Silvio Ziliotto)
“I bosniaci hanno un cuore grande e meritano un futuro positivo. Spero davvero che andrà sempre meglio. Io continuerò a fare il massimo per aiutare il mio Paese”. (Miralem Pjanić)

martedì 3 marzo 2015

Riccardo Noury di Amnesty International risponde a #8marzoxché

Chi meglio di Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, può risponderci riguardo il senso della Giornata Internazionale della Donna. Infatti, nonostante si pensi solamente ad andare dal fiorista a comprare la mimosa, qui si sta parlando di diritti umani. Anche a Riccardo abbiamo fatto le due domande di rito su #8marzoxché, ecco le sue risposte.

L’8 marzo è la Giornata Internazionale della donna, ufficializzata dall’Onu nel 1977 come data simbolo per rendere omaggio alle lotte e ai sacrifici della donne che, dall’inizio del 1900, e ancora oggi, lottano per avere pari diritti e per opporsi strenuamente a discriminazioni e violenza. Ha ancora senso, nel 2015, festeggiare la festa della donna, oppure è un’arma a doppio taglio?

“Per le organizzazioni che si battono per promuovere e tutelare i diritti delle donne, resta una giornata importante. Una giornata, non una festa dato che da festeggiare c'è sempre assai poco. È l'occasione per ricordare all’umanità che milioni e milioni di donne nel mondo non sono al riparo dalla violenza e non sono libere di prendere decisioni fondamentali sulla salute, sul corpo, sulla sessualità e sulla vita riproduttiva. Decisioni che appartengono a loro e solo a loro”.

Come si può evitare che le donne, soprattutto le ragazze giovani, identifichino l’8 marzo con la mimosa e non con il vero significato della festa?

“Anche una mimosa può costituire un oggetto di consapevolezza. Sta all'informazione, alla scuola e anche alle organizzazioni per i diritti umani favorire quella consapevolezza e spingerle all'azione” (Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, autore con Luca Leone di Srebrenica, la giustizia negata, in libreria da aprile 2015)

giovedì 12 aprile 2012

Infinito edizioni – Nuovo in libreria


(pag. 176, 13,00€)

di Anna Milazzo
A cura di Beatrice Gnassi
Prefazione di Massimo Carlotto
Introduzione di Gianni Cascone
 
“La sistematica violazione dei diritti umani non fu solo un metodo ‘necessario’ a eliminare l’opposizione ma un progetto politico scientificamente pianificato. Questa la tremenda verità dei pronunciamenti militari latinoamericani. La vicenda umana e politica di Anna Milazzo è un esempio emblematico di quello che accadde. Prima, dopo... durante. […]
Anahí del mare ci narra la notte di un popolo ma alla fine della lettura la ‘luce’ di Anna inonda di senso l’intera vicenda. Anna ha vinto. A caro prezzo, certo, ma questo libro raccoglie mille e mille piccole vittorie. Anche delle persone che le sono state vicino in questi lunghi anni.
Spero che Anahí del mare abbia il successo che merita. Spero che in tanti, tantissimi lo leggano. Spero che venga adottato nelle scuole. Che scuota coscienze, cha ravvivi memorie.
Io lo porterò con me. Nella mia mente, nel mio cuore”. (Massimo Carlotto)
“Anna Milazzo appartiene a quella generazione che in molti Paesi dell’America Latina è stata travolta, a tratti del tutto cancellata, dalle dittature fasciste: dell’Uruguay, di cui spesso non si parla, così come del Cile, dell’Argentina, del Paraguay, insieme a molte delle nazioni del Centro America. Lei ha provato, nell’anima e nel corpo, quello che hanno provato ebrei, comunisti, omosessuali, zingari e oppositori di fronte alla follia nazista. Come è stato possibile tutto questo?”. (Gianni Cascone)
Negli anni che hanno preceduto il golpe del 27 giugno 1973, la violenza attraversa l’Uruguay. Anahì, come tanti altri giovani universitari, si interessa di politica, si schiera dalla parte di chi difende la libertà e i diritti fondamentali, scende nelle piazze per denunciare i metodi repressivi del regime. Questa generazione pagherà il prezzo più alto per le sue idee. L’esperienza della prigione e della tortura spezza in due la vita e i ricordi di Anahì. In esilio a Firenze tenta di costruire una vita “normale” ma riuscirà a liberarsi delle ombre di un passato oscuro e rimosso, soltanto tornando a Montevideo. Si intrecciano alla sua storia, quelle di Marisa, Santiago, Lucia, Tomàs e molti altri protagonisti che compongono un affresco intenso e complesso di un popolo che con coraggio e ostinazione ha sfidato il potere efferato della dittatura. Un racconto che oscilla tra la suggestione del mito e l’impegno civile, tra un tempo soggettivo e quello della memoria storica. Un percorso personale, quello dell’autrice, per rivivere, affrontare e superare le ferite del passato.

Con il patrocinio di Amnesty International

L’autrice
Anna Milazzo è nata in Italia nel 1950. All’età di quasi due anni è emigrata con la sua famiglia in Uruguay e ha vissuto a Montevideo fino al dicembre 1972. Proprio quell’anno è stata sequestrata dalle forze armate e torturata. Anna non ricorda quasi niente del periodo di prigionia a parte grida atroci. La sua memoria ricomincia dalla sua liberazione, in un campo sotto la pioggia e i fulmini. In Uruguay ha frequentato per due anni il corso di Psicologia presso la facoltà di Scienze umane dell’Università della Repubblica. Dopo la sua liberazione è andata in esilio a Firenze, dove si è laureata in Filosofia.

La curatrice
Beatrice Gnassi, laureata in Lettere all’Università di Firenze, lavora all’interno dell’Ufficio Comunicazione della Sezione Italiana di Amnesty International. Si occupa delle pubblicazioni dell’associazione e del coordinamento editoriale della rivista trimestrale “I Amnesty”. È la curatrice del Rapporto annuale.

Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918

mercoledì 22 febbraio 2012

Infinito edizioni vi invita alla presentazione In anteprima nazionale del libro+dvd

(pag. 128, € 16,00)

di Massimo D’orzi
Prefazione di Silvio Soldini
Introduzione di Fabrizio Grosoli
Postfazione di Riccardo Noury
Con testi di Predrag Matvejević, Paola Traverso e Silvia Angrisani

Giovedì 23 febbraio
presso il Cinema Aquila
Via L’Aquila 68 – Roma
Doppia proiezione, ore 20.30 e ore 22.30 – ingresso € 5,00

Interverranno con Massimo D’orzi, Riccardo Noury (Amnesty International) e Carlo Stasolla (associazione 21 luglio) e Paola Traverso (montatrice del film).

“Adisa o la storia dei mille anni”, ambientato in una Bosnia Erzegovina ancora lacerata dalle ferite della guerra, racconta un viaggio attraverso uomini, donne, bambini appartenenti al popolo Rom. Un popolo per noi ancora oggi misterioso e sconosciuto, oggetto di discriminazioni e violazioni dei più basilari diritti umani.

“I Rom hanno vissuto la loro Shoah. Spesso si dimentica che furono uccisi a decine di migliaia nei campi di sterminio nazisti, insieme agli Ebrei. Il loro modo di vivere non è vietato dalla legge, ma sono sottoposti a stretti controlli. Questo capita in vari tempi, in diversi Paesi. Non si sa con esattezza quanti siano i Rom residenti in ciascuno Stato. Sappiamo però che in alcuni sono numerosi, soprattutto nei Balcani orientali. Ma un numero ancora più consistente di essi è ‘sempre in cammino’. Chissà da dove vengono o dove vanno; ignoriamo se  partono o tornano”. (Predrag Matvejević)

“La ‘condizione’ sociale di questa comunità, nelle sue durezze e tragedie, nel suo isolamento frutto di discriminazioni, ma anche nei sogni perduti di un passato mitico e favoloso, viene fuori da parole piene di dignità, ma ancora di più dagli elementi ‘antropologici’ e dalle suggestioni visive che la camera riesce sottilmente a catturare: il fuoco, le ombre, il contrasto tra luce e oscurità, gli arcaici strumenti musicali, le pieghe dei volti e ancora, su tutti, l’incredibile e insondabile sguardo di Adisa”. (Fabrizio Grosoli)

Con il patrocinio di: Amnesty International, Associazione 21 luglio
e Associazione per i popoli minacciati.

Il Gigante Cinema  ringrazia l’associazione U.N.I.R.S.I. per il supporto dato alla realizzazione del film

L’autore
Massimo D’orzi, regista, ha al suo attivo, tra gli altri, i cortometraggi “La mano rossa” (1997) e “La rosa più bella del nostro giardino” (2003), il film intervista a Marco Bellocchio “L’immagine della ribellione” (2002), i documentari “Improvvisando” (2008), “Ombre di luce” (2010) e “Ribelli!” (2011), oltre ad “Adisa o la storia dei mille anni”, già distribuito in Francia e nei Paesi francofoni, e al lungometraggio di finzione “Sàmara” (2009, in collaborazione con il C.S.C.). Ha firmato una decina di regie teatrali. Ha pubblicato il libro + Dvd “Ribelli!” (Infinito edizioni, 2011). “Adisa” è il secondo libro+Dvd della sua Trilogia della Resistenza.

Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918

lunedì 20 febbraio 2012


Infinito edizioni vi invita alla presentazione
In anteprima nazionale del libro+dvd

ADISA O LA STORIA DEI MILLE ANNI
Un viaggio emozionante nel misterioso popolo Rom della Bosnia
(pag. 128, € 16,00)

di Massimo D’orzi
Prefazione di Silvio Soldini
Introduzione di Fabrizio Grosoli
Postfazione di Riccardo Noury
Con testi di Predrag Matvejević, Paola Traverso e Silvia Angrisani

Giovedì 23 febbraio
presso il Cinema Aquila
Via L’Aquila 68 – Roma
Doppia proiezione, ore 20.30 e ore 22.30 – ingresso € 5,00

Interverranno con Massimo D’orzi, Riccardo Noury (Amnesty International) e Carlo Stasolla (associazione 21 luglio) e Paola Traverso (montatrice del film).

“Adisa o la storia dei mille anni”, ambientato in una Bosnia Erzegovina ancora lacerata dalle ferite della guerra, racconta un viaggio attraverso uomini, donne, bambini appartenenti al popolo Rom. Un popolo per noi ancora oggi misterioso e sconosciuto, oggetto di discriminazioni e violazioni dei più basilari diritti umani.

“I Rom hanno vissuto la loro Shoah. Spesso si dimentica che furono uccisi a decine di migliaia nei campi di sterminio nazisti, insieme agli Ebrei. Il loro modo di vivere non è vietato dalla legge, ma sono sottoposti a stretti controlli. Questo capita in vari tempi, in diversi Paesi. Non si sa con esattezza quanti siano i Rom residenti in ciascuno Stato. Sappiamo però che in alcuni sono numerosi, soprattutto nei Balcani orientali. Ma un numero ancora più consistente di essi è ‘sempre in cammino’. Chissà da dove vengono o dove vanno; ignoriamo se  partono o tornano”. (Predrag Matvejević)

“La ‘condizione’ sociale di questa comunità, nelle sue durezze e tragedie, nel suo isolamento frutto di discriminazioni, ma anche nei sogni perduti di un passato mitico e favoloso, viene fuori da parole piene di dignità, ma ancora di più dagli elementi ‘antropologici’ e dalle suggestioni visive che la camera riesce sottilmente a catturare: il fuoco, le ombre, il contrasto tra luce e oscurità, gli arcaici strumenti musicali, le pieghe dei volti e ancora, su tutti, l’incredibile e insondabile sguardo di Adisa”. (Fabrizio Grosoli)

Con il patrocinio di: Amnesty International, Associazione 21 luglio
e Associazione per i popoli minacciati.

Il Gigante Cinema  ringrazia l’associazione U.N.I.R.S.I. per il supporto dato alla realizzazione del film

L’autore
Massimo D’orzi, regista, ha al suo attivo, tra gli altri, i cortometraggi “La mano rossa” (1997) e “La rosa più bella del nostro giardino” (2003), il film intervista a Marco Bellocchio “L’immagine della ribellione” (2002), i documentari “Improvvisando” (2008), “Ombre di luce” (2010) e “Ribelli!” (2011), oltre ad “Adisa o la storia dei mille anni”, già distribuito in Francia e nei Paesi francofoni, e al lungometraggio di finzione “Sàmara” (2009, in collaborazione con il C.S.C.). Ha firmato una decina di regie teatrali. Ha pubblicato il libro + Dvd “Ribelli!” (Infinito edizioni, 2011). “Adisa” è il secondo libro+Dvd della sua Trilogia della Resistenza.

Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918

giovedì 15 dicembre 2011

Infinito edizioni vi invita alle presentazioni del libro

SALUTI DA SARAJEVO
Di Luca Leone
Prefazione di Eldina Pleho
Introduzione di Kanita Ita Fočak
                                   
L'unica guida, a colori, su Sarajevo e sulla sua storia

venerdì 16 dicembre, ore 18,00
Scoletta dei Calegheri, Campo S. Tomà, VENEZIA.
In occasione dell'inaugurazione della mostra fotografica Dosta! Diritti negati del fotografo Andrea Rizza. Modera Andrea Rizza: interviene il gruppo di Venezia di Amnesty International; a seguire aperitivo equo-solidale a cura di AquaAltra; organizzano Comune di Venezia, Adopt Srebrenica, Fondazione Alexander Langer, Buongiorno Bosnia, Circolo fotografico Tina Modotti.

     lunedì 19 dicembre, ore 20,30,  
Teatro Cristallo, Sala Giuliani, via Dalmazia 30, BOLZANO.  
Modera Andrea Rizza; organizza la Fondazione Alexander Langer 
con il patrocinio  di Associazione Cristallo e Provincia Autonoma di Bolzano-Alto Adige.