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sabato 11 luglio 2015

Non cadere vittime del revisionismo, Roccardo Noury per Srebrenica

Ci hanno ricordato, negli ultimi nove anni, che gli anniversari "tondi" sono quelli utili, nel mondo dell'informazione, per ricordare i crimini del passato. Ce lo avevano detto anche nei nove anni precedenti il 2005. Allora, non lasciamo passare invano il ventesimo anniversario del genocidio più veloce della storia. Anche perché, per il tempo che verrà il trentesimo, l'opera dei revisionisti si sarà completata. Apprenderemo allora, per assurdo, che Srebrenica era una “zona contesa” e non una “zona protetta”, che il memoriale di Potočari è stato il set di una fiction e che gli ultranazionalisti serbo-bosniaci e serbi sono stati perseguitati dalla giustizia internazionale. 
Riccardo Noury
Portavoce
Amnesty International Italia

martedì 7 luglio 2015

"Vent’anni dopo Srebrenica, ancora “scomparsi” in Bosnia", Paolo Pignocchi per #MeseDellaMemoria/05

Vent’anni dopo Srebrenica, ancora “scomparsi” in Bosnia
Di nuovo un anniversario, di nuovo il dovere morale di ricordare affinché questo non accada più; di nuovo eventi da organizzare per coinvolgere la distratta opinione pubblica. A vent’anni dal genocidio come raccontarlo oggi che la memoria sfuma, come rendere attuale e rivivere quelle ferite, quegli scomparsi che il mondo dimentica così facilmente?
Come?
Per noi è una ferita aperta che solo il completamento del percorso della giustizia nei confronti dei colpevoli riuscirà a lenire. È una ferita che si apre ogni anno, come una questione mai risolta. Guardo il mare dalla finestra e penso che è lo stesso mare, un piccolo mare, attraverso il quale si arriva in Bosnia, che divide noi da loro, il nostro dolore da quello eterno delle madri e figlie di Srebrenica, dalle nostre colpe. Un piccolo tratto d’acqua che non ci ha permesso di fermare questo e altri genocidi.
Le famiglie delle oltre 8.000 persone uccise nel genocidio di Srebrenica attendono ancora giustizia e riparazione, mentre presunti responsabili continuano a vivere nelle stesse comunità delle loro vittime e dei loro familiari. In Bosnia Erzegovina, questo è un momento molto sentito  per commemorare le vittime del genocidio, ma anche tutti coloro che furono uccisi e che scomparvero durante la guerra in Bosnia del 1992-‘95. Una risoluzione del Parlamento Europeo ha sancito ufficialmente l’11 luglio come Giornata di Commemorazione del genocidio in tutta l'Unione europea.
Fra il 10 e l’11 luglio 1995, sul finire della guerra in Bosnia Erzegovina, le forze serbo-bosniache attaccarono l'enclave di Srebrenica, dichiarata "zona protetta" dalle Nazioni unite in cui migliaia di musulmani bosniaci avevano trovato rifugio. Dopo la presa di Srebrenica, i militari separarono dal resto della popolazione per poi uccidere deliberatamente almeno 8.000 uomini e ragazzi bosniaco-musulmani (le stime ufficiali parlano di 8.372), seppelliti in fosse comuni sparse per centinaia di chilometri; molti di questi corpi non sono ancora stati ritrovati.
Quanto successo a Srebrenica vent’anni fa è stato descritto come la peggiore atrocità commessa in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ed è stato riconosciuto come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia e dalla Corte Internazionale di Giustizia. 
Alcuni dei responsabili dei crimini commessi a Srebrenica, compresi l’ex leader serbo bosniaco Radovan Karadzic e il generale serbo bosniaco Ratko Mladic, sono comparsi davanti al Tribunale per rispondere delle accuse a loro rivolte. La mancanza di “volontà politica” – dichiarò Carla Del Ponte, ex Procuratore Capo del Tribunale per i Crimini di guerra nella ex Jugoslavia, – non ha permesso di arrestarli molto tempo prima. La Corte di Stato della Bosnia Erzegovina continua a perseguire i crimini di diritto internazionale commessi durante la guerra. Tuttavia, gli attacchi verbali contro il sistema giudiziario e la negazione di questi crimini, compreso il genocidio di Srebrenica, da parte di politici del Paese e intellettuali, minano gli sforzi per indagare e perseguire i presunti autori di questi reati e continuano a vanificare il diritto delle vittime alla giustizia, alla verità e alla riparazione. 
La guerra si concluse quasi vent’anni fa nel dicembre 1995 ma, secondo gli ultimi dati, oltre 8.000 persone sono ancora disperse nel Paese, dalla fine della guerra. Ciò equivale a un’"altra" Srebrenica. Il destino e la sorte di queste persone scomparse, non è stato chiarito, e i loro familiari non hanno avuto accesso alla verità, alla giustizia e alla riparazione.
Una legge sulle persone “scomparse” in Bosnia Erzegovina è stata adottata nell’ottobre 2004, nulla però è stato fatto fatto per dare seguito al provvedimento. Chiediamo che la Bosnia Erzegovina non interrompa la ricerca e l’identificazione delle persone scomparse in tutto il territorio nazionale. La legge del 2004 riconosce i diritti sociali ed economici delle famiglie delle persone scomparse e obbliga lo Stato a creare un Fondo per il sostegno delle famiglie degli scomparsi. Il Fondo avrebbe dovuto essere attivo entro 30 giorni dalla legge entrata in vigore nel 2004.
Nel marzo 2012, la Bosnia Erzegovina ha ratificato la Convenzione Internazionale per la protezione di tutte le persone dalle “sparizioni forzate”. Nell’agosto 2014, la Bosnia Erzegovina ha firmato una dichiarazione evidenziando la responsabilità delle autorità statali per affrontare il problema degli scomparsi e la necessità di garantire che i meccanismi e i metodi utilizzati siano conformi alle norme sui diritti umani. Al di là delle dichiarazioni politiche e della ratifica della Convenzione Internazionale, lo Stato della BiH ha omesso di fornire misure concrete per alleviare il dolore e la sofferenza delle vittime.
Gli attivisti e le attiviste di Amnesty International non dimenticano e continueranno a ricordare a tutti che solo la fine dell’impunità e il riconoscimento delle violazioni subite possono assicurare una pace vera. Nei giorni del 10 e 11 luglio, in particolare tutto il mondo di Amnesty, insieme a chi vorrà farlo insieme a noi ricorderà i morti di Srebrenica con veglie, flashmob, eventi in ricordo.

Paolo Pignocchi
Amnesty International Sezione Italiana
Vice-Presidente

venerdì 26 giugno 2015

TORTURA, UN PROBLEMA GLOBALE. E L’ITALIA È ANCORA SENZA LEGGE - DI RICCARDO NOURY

Pubblichiamo il post di Riccardo Noury sul blog del Corriere della Sera Le persone e la dignità sulla Giornata mondiale in memoria delle vittime di tortura
In Messico è il “tehuacanazo”: acqua gassata iniettata nelle narici. In Marocco è il “pollo allo spiedo”: si sospende una persona a testa in più, con ginocchia e polsi legati a un palo. In Nigeria è il “tabay”: rimanere sospesi a un gancio con i gomiti legati dietro la schiena. Nelle Filippine è la “ruota della tortura”: viene fatto ruotare un disco sui cui spicchi sono descritti i metodi di tortura, e si pratica quello su cui si è fermata la lancetta. Se, per esempio, si ferma su “20 secondi di Manny Pacquaio” – pugile di livello mondiale – partono cazzotti per 20 secondi consecutivi.
I torturatori hanno molta fantasia. Sono un’innumerevole moltitudine, considerato che Amnesty International negli ultimi cinque anni ha riscontrato casi di tortura in 141 Paesi: a volte isolati, a volte quotidiani, come in Messico dove nel 2013 sono stati denunciati 1.503 casi; in questo Paese dal 1991 vi sono state solo sette condanne per tortura. O come in Uzbekistan, dove i torturatori non brillano per creatività assassina ma applicano certosinamente supplizi medievali (bastonate, soffocamenti) e scariche elettriche.
Ironicamente, quel numero, 141, quasi coincide con quello, 157, dei Paesi che, ratificando la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, si sono impegnati a non torturare e a mettere fuori legge, con apposita normativa interna, questa orrenda pratica.
L’Italia è compresa in entrambi i numeri. Ma nel nostro Paese la legge contro la tortura non c’è ancora. È dal 1989, quando la Gazzetta ufficiale pubblicò la legge di ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite, che le organizzazioni per i diritti umani la pretendono.
Nel 1999, la campagna per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano ebbe un sostenitore illustre. Con l’interpellanza n. 2/01945 che lo vedeva primo firmatario, l’onorevole Silvio Berlusconi si chiedeva perché non fosse stato ancora introdotto il reato specifico di tortura, mancanza descritta come “inqualificabile inadempimento”.
Due anni dopo, diventò capo del governo e cambiò parere.
L’idea che in Italia il reato di tortura non serva perché non c’è la tortura o non sia opportuno perché rischierebbe di criminalizzare l’intero corpo delle forze di polizia è dura a morire. Per quattro legislature ha avuto un sostegno trasversale, che neanche una recente sentenza della Corte europea dei diritti umani sembra essere riuscita a scalfire.
In teoria, in questa quinta consecutiva legislatura in cui si discute di tortura, i numeri per approvare la legge ci sarebbero. Ma se i contrari sono compatti, i favorevoli si dividono tra chi vorrebbe difendere un testo non perfetto ma non in contrasto con la Convenzione contro la tortura e chi vorrebbe migliorarlo. Il rischio è che, dopo un passaggio al Senato e uno alla Camera e il ritorno del testo emendato al Senato, anche questa volta il parlamento non approvi la legge.
PS Il 3 giugno, il parlamento nigeriano ha approvato la legge contro la tortura, che ora attende la firma del nuovo presidente Muhammadu Buhari per entrare in vigore.